La rivolta in Libia

25 Maggio 2011
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Dopo le rivolte che hanno interessato i Paesi del Nord Africa, iniziate nel dicembre 2010, che erano riuscite a far cadere regimi consoli-dati, sembrava che la Libia potesse restare indenne dal vento della protesta. A supporto di tale tesi si portavano argomentazioni di carattere socio – economico dovute alle mag-giori risorse petrolifere ed al tenore di vita della popolazione, superiore ai Paesi confi-nanti. Peraltro, nel quarantennale potere di Gheddafi di rivolte e tentativi di rovesciarlo ce ne sono stati diversi: tutti risolti con la repres-sione più spietata. Dal 17 febbraio le cose sono cambiate. Benga-si, la città simbolo dell’opposizione tribale a Gheddafi, seguita da altre province importanti sono cadute in mano ai rivoltosi. Le manife-stazioni hanno raggiunto anche Tripoli. Molti esponenti di spicco del regime, militari e poli-tici, hanno preso le distanze dal rais. Gheddafi sembrava fosse sul punto di cedere le armi. Ma la rivolta si è spenta e, come al solito, Gheddafi ha represso la protesta nel sangue, ed ha sferrato la sua controffensiva riconqui-stando gran parte delle posizioni perdute im-piegando la potenza di fuoco delle Forze Ar-mate contro la popolazione inerme. Ma questa volta ha trovato un’opinione pubblica mondia le e condizioni politiche generali che hanno iniziato a stigmatizzare la sua condotta contro la popolazione civile. La comunità internazionale è intervenuta con la forza. Dopo il solito iniziale tentennamento il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU ha delibe-rato all’unanimità due risoluzioni: la 1970 (26 febbraio 2011) e la 1973 (17 marzo 2011) aventi come obiettivo da raggiungere: l’immediato cessato il fuoco, la fine delle violenze con lo scopo di andare incontro alle legittime aspettative della popolazione e di assicurare il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Le delibere, prese sulla base del capitolo VII delle Statuto dell’ONU, hanno adottato diversi provvedimenti in merito a: protezione di civi-li, zona di non volo, imposizione dell’embargo sulle armi, interdizione ai voli, congelamento dei beni di Gheddafi, ma esclu-dendo categoricamente il dispiegamento di “una forza di occupazione straniera di qualsia-si forma e in qualsiasi parte del territorio libi-co‖. L’iniziativa militare contro Gheddafi è stata attuata tempestivamente da Francia, Gran Bretagna e USA, ma senza una linea strategi-ca definita. Solo successivamente il coordina mento, comando e controllo delle Operazioni è passato alla NATO. Da quanto accaduto è apparso dubbio che l’intervento militare occidentale avesse natura umanitaria e forse nasconde l’importanza del controllo delle risorse energetiche libiche, del Nord Africa e dell’intero continente africano, sempre più terra dei cinesi (neo-colonialismo). La crisi ha evidenziato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta mancanza della capacità di intervento dell’ Unione Europea incapace di attuare una politica comunitaria di solidarietà. Sono del tutto mancate scelte coe-se e decisioni politiche comuni sia nel trattare la rivolta in Libia, sia nel problema dell’accoglienza dei migranti in afflusso in massa sulle coste italiane di Lampedusa. I singoli Stati in nome dei propri interessi na-zionali il problema della politica comune non se lo sono posto e non hanno neanche salvato le apparenze. Peraltro, i Paesi Europei si sono lasciati sorprendere dagli avvenimenti. Quale scenario politico si può configurare per il Nord Africa è difficile prevedere. La situa-zione permane di grande incertezza e l’Italia deve fare molta attenzione perché se da un verso rischia di perdere il vantaggio di partner economico di rilievo (la Libia è il nostro pri-mo fornitore di petrolio, il quarto di gas ed investitori libici sono attivi in molti settori della nostra economia) dall’altro verso avere ai confini nuove Democrazie potrebbe avere riflessi positivi sull’intera Area.

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