La Pubblica Sicurezza a Roma,dopo il 1870

20 Agosto 2026
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di Ernesto Pauselli e Massimo Gay

Articolo tratto dalla rivista ufficiale “Fiamme Oro” dell’Associazione Nazionale della Polizia di Stato Anni LIII n. 1 – 2026.

Accerchiati! Così si sentono la Curia Romana e i papalini dopo il 1860, quando a colpi di cannoni e i Plebisciti il Regno di Sardegna incamera territori inimmaginabili solo poco tempo prima. Nubi minacciose si addensano su Roma, foriere di un “uragano” che può spazzare via il potere temporale della chiesa di Roma. Nonostante ciò, Pio IX può dormire sonni relativamente tranquilli sotto l’ombrello francese, apertosi con la Convenzione di settembre del 1864.

Questo funesto presagio, però, si concretizza nel 1870, in seguito all’esito della guerra franco-prussiana che pone fine all’impero di Napoleone III. Il venir meno delle baionette francesi è l’occasione tanto attesa da Re Vittorio Emanuele II per porre fine allo Stato della Chiesa di Roma, realizzando così la volontà cavouriana di un’Italia unita sotto la dinastia dei Savoia.

La Breccia di Porta Pia
( foto di Ludovico Tumminello
20 settembre 1870)

 Poco dopo aver varcato il confine dello Stato Pontificio, il 12 settembre 1870, Raffaele Cadorna a capo delle truppe piemontesi come primo atto del nuovo corso amministrativo-istituzionale emana una notificazione in cui si stabilisce la nomina, per ogni capoluogo di provincia, di un comandante militare, cui sono conferiti i diretti e pieni poteri per la tutela dell’Ordine Pubblico; sono sotto la sua diretta responsabilità i servizi di pubblica sicurezza, i telegrafi e le poste. Ogni comando militare ha a sua disposizione un Ispettore di Pubblica Sicurezza, con due delegati e cinque Guardie. Logico corollario di queste indicazioni, è la precisa scelta politica di escludere decisamente gli organi sovrintendenti al governo provinciale e locale, formati in attesa del plebiscito di annessione, dalla conduzione della Pubblica Sicurezza.

Per quanto attiene al personale dell’amministrazione pontificia “si calca” la mano sugli uomini della Polizia che sono «automaticamente destituiti, salvo un provvedimento formale di conferma», mentre per coloro che lavorano nell ‘ambito amministrativo e giudiziario si opta per il contrario, ovvero rimangono automaticamente in servizio, salvo specifico provvedimento di rimozione. All’indomani del 20 settembre, per sancire manifestamente il dissolvimento dello Stato Pontificio, Cadorna varca Porta Pia in parata alla testa di due brigate militari; attraversando la città, per recarsi a porta San Pancrazio, sfila lungo il Corso totalmente parato di «damaschi e bandiere tricolori a migliaia» tra due ali di folla plaudente.

ROMA

Essere la capitale di un giovane e moderno stato monarchico-costituzionale implica l’insediamento di tutto l’apparato burocratico-amministrativo necessario alla sua operatività, il quale col passare del tempo, accrescendo competenze e funzioni, è destinato ad ampliarsi fisicamente. I “palazzi del potere”, le loro localizzazioni, improntano il futuro sviluppo della città, sul piano urbanistico e sul suo tessuto socio-economico, specialmente se il termine di paragone è la Roma pontificia “sospesa nel tempo”. Documento essenziale della Roma papalina prima di Porta di Pia è la pianta topografica della Direzione Generale del Censo, aggiornata al 1866, che fotografa nitidamente limiti e concentrazione delle aree abitate di Roma.

La gran parte della città si snoda al di là della riva sinistra del Tevere, lungo tutta l’ansa del fiume e nel Campo Marzio ; una lunga schiera, senza soluzione di continuità, di case accompagna il corso del Tevere dal quartiere dell’Oca (Porta del Popolo) sino alla Bocca della Verità, intervallata solo dal Porto di Ripetta. Il denso agglomerato di abitazioni, inframezzato da rare piazze (del Popolo, Navona e Quirinale) e vie rettilinee (Giulia, Ripetta, Babuino, Condotti, Panisperna e il Corso), si arresta alle pendici del Pincio (Villa Ludovisi) e del Quirinale; oltre piazza Barberini e via Sistina il “nulla”. Ai piedi del Quirinale le vigne si distendono sino alla Torre delle Milizie; tra questa e il Foro si abbarbica, sui colli sino a Santa Maria Maggiore, la Suburra; verso il Tevere le abitazioni si arrestano sulle propaggini del Campidoglio; qualche casa lungo la via Pia (antica via Alta Semita, attuale via XX Settembre) e la strada Felice (attuali via Sistina e via Quattro Fontane ne sono un tratto); le due arterie si incrociano alla borrominiana Chiesa di S. Carlino alle Quattro Fontane. La nobiltà, i ceti abbienti edificano le loro dimore nell’area barocca del Corso; i poveri nella zona del Rinascimento. La zona di Borgo racchiusa dalle mura leonine, il Vaticano e Castel S. Angelo, conserva la sua connotazione di quartiere militare di Roma, unito alla città dal solo Ponte S. Angelo.

L’area di Trastevere era meglio congiunta. Ponte Sisto la unisce a via Giulia, il ponte ai Quattro Capi al rione Campitelli attraverso l’Isola Tiberina, via della Lungara a Borgo; le sue ultime case, a S. Cecilia e S. Gallicano, S. Callisto e S. Cosimato, S. Francesco a Ripa e l’Ospizio di S. Michele, sono il preludio della campagna. Il suo aspetto mostra una serie di grandi palazzi aristocratici in pietra e attorno le misere case del popolo. Solo un terzo della sua superficie intra moenia è fittamente edificato, nei rimanenti due terzi dominano orti, vigne, campi, ville patrizie: l’abitato si disperde nel non abitato. Da qui l’impressione di una città sospesa nel tempo.

Comunque, sotto Pio IX, nel volgere di due decenni, la città si dota di una rete ferroviaria con le linee per Orte, Ceprano, Civitavecchia e Frascati, che convergono nel raccordo di Porta Maggiore ( 1856) e nella stazione centrale di Termini (1867), mentre nel 1859 si erige quella di Porta Portese. Sotto il papa-re ( 1846-1870) la popolazione raggiunge i 236mila abitanti. Vedono la luce nuovi impianti industriali, come la manifattura dei tabacchi a Trastevere (1859-63) e il gazometro del Circo Massimo ( 1861). Anche le comunicazioni tra le due rive del Tevere sono facilitate «da una campata in ferro sospesa sui resti di Ponte Rotto nel 1853, (…) da un ponte metallico ai Fiorentini nel 1869, mentre (…) nel 1864 entra in funzione il ponte in ferro della ferrovia».

Che Roma sarebbe stata investita da un periodo di importanti cambiamenti, il 20 settembre lo dimostrerà, lo avverte in anticipo il Ministro pontificio delle Armi monsignor de Mérode, uno dei padri fondatori della Roma contemporanea. Il prelato comprende immediatamente che la zona tra il Quirinale e la stazione Termini acquisterà una funzione rilevante nel futuro assetto della città. Compra terreni, orti, vigne e inizia la realizzazione di un nuovo quartiere, di grandi case regolari, dall’andamento ortogonale lungo l’asse della via de Mérode (oggi via Nazionale), iniziata nel 1864.

La piantina topografica di Roma del 1866. (dal sito igmi.org)

DOPO LA BRECCIA Dl PORTA PIA

All’indomani del 20 settembre, la nuova amministrazione italiana è alle prese con tutte le incombenze connesse alla “conquista” della città, legate al suo governo provvisorio.

Il 23 settembre, Cadorna insedia la giunta di governo della città formata «da sei nobili, tre borghesi, otto possidenti e mercanti di campagna, presieduta da Michelangelo Caetani». Sempre lo stesso giorno una circolare del Comando della città di Roma e Provincia, a firma del Maggiore Generale Masi, sancisce, richiamandosi alla notificazione del 21 settembre di Cadorna, la sua nomina al vertice della Direzione Generale della Polizia di Roma e della Comarca; in forza della circolare le Giunte Distrettuali sono deputate al mantenimento dell’ordine pubblico avvalendosi, se necessario, dei Reali Carabinieri e «devono corrispondere con questo Comando». In relazione a questa dipendenza Masi vuole sapere il totale dei componenti delle Giunte; se i già rispettivi Governatori sono ancora in carica e se hanno dei sostituti; di quale forza si disponeva per la gestione dell’ordine pubblico; se vi fosse una forza di Polizia locale. Non potendo stravolgere la struttura e le funzioni della Pubblica Sicurezza della città tout court, di li a breve un atto, a firma di Masi, richiama l’Editto del cardinale Consalvi del 1816, che istituisce le Presidenze Regionarie, e il Regolamento di Polizia del 1850 che individua alcune competenze peculiari delle stesse, tra cui quelle di Polizia Politica, di far rispettare le leggi e di garantire l’ordine pubblico; per assolvere a tali doveri in ogni Rione di Roma è assegnata una Brigata di Gendarmi o Carabinieri e in sede «un piantone permanente nelle ore di ufficio»; inoltre, si raccomanda una continua sorveglianza sui movimenti della popolazione sia internamente che esternamente al Rione, compilando il Ruolo degli Abitanti dello stesso.

Il 30 settembre, la Giunta Municipale costituisce «una Commissione di architetti e ingegneri la quale si occupi di progetti di ampliazione e abbellimenti della città»; la prospettiva dei futuri immensi guadagni cancella ogni remora ai cattolici nel cooperare con laici e sabaudi: de Mérode procura aree e copertura ecclesiastica. La Società Generale di Credito Provinciale e Commerciale compra vaste aree intorno a Termini, alla fine di ottobre del 1870. L’ampliamento di Roma è cosa sicura. I terreni su cui avverrà, lungo ed entro il perimetro delle mura, sono quelli delle ville nobiliari, quelli già acquistati da imprenditori edilizi come de Mérode e quelli delle corporazioni religiose, le quali sotto il capestro delle leggi sull’abolizione dell’asse ecclesiastico del 1866-67 (le cosiddette Leggi Eversive), che diverranno operative a Roma solo nel 1873, si affrettano ad alienare i loro beni. I gesuiti si disfano immediatamente dei loro terreni nei dintorni delle Terme di Diocleziano e del Castro Pretorio, cedendoli a società private. In questo modo lo Stato e il Comune non sfruttano questa relativa facile possibilità di creare un demanio di aree pubbliche. La Giunta Cadorna dura una settimana; questa prima fase di transizione termina col Plebiscito del 2 ottobre, indetto per l’annessione di Roma e delle Province romane, il cui risultato viene sancito nel Regio Decreto del 9 ottobre.

Il medesimo giorno viene costituita una Luogotenenza Generale per Roma e le Province con a capo Alfonso La Marmora, deputato al governo della cosa pubblica, sia sotto I ‘aspetto ordinario che straordinario, in nome del re; coadiuvato da un Consiglio di Luogotenenza formato da quattro membri, le cui competenze sono da lui stesso definite; con decreto del 10 ottobre entrano in carica con le rispettive funzioni i Consiglieri, tra cui Luigi Gerra agli affari interni. Per quanto attiene l’amministrazione di Roma e Comarca, il Presidente del Consiglio Lanza viene incontro alla richiesta di Gerra che non la vuole tra le sue competenze, incaricando un apposito funzionario, il barone Niccolò Cusa.

Il Ministro pontificio delle Armi, monsignor Francesco Saverio de Mérode

Il R. D. 15 ottobre 1870, n. 5928 stabilisce che temporaneamente le competenze inerenti ai Prefetti, Consiglieri di Prefettura e Sottoprefetti nelle province del regno, in ambito romano vengano esercitate rispettivamente dal Luogotenente, Consiglieri di Luogotenenza e dai Commissari Regi. Il Luogotenente nomina una nuova giunta municipale guidata dal conte Di Carpegna, al posto di quella di Cadorna, ma anche questa ha vita breve, decadendo con le elezioni amministrative del 13 novembre, che vedono eletto sindaco della città il principe Francesco Pallavicini, che lo diverrà effettivamente circa sei mesi dopo. In questo primo periodo prevale un preciso indirizzo, di cui Quintino Sella ne è l’autorevole sostenitore, che prevede la concentrazione del cuore amministrativo della capitale lungo via XX Settembre, con il derivante sviluppo urbano nella parte alta della città verso est. Il 1 febbraio 1871 termina le sue funzioni la luogotenenza generale del re e viene costituita la prefettura di Roma (R.D. 25 gennaio 1871, n. 26); il medesimo giorno il R.D. 25 gennaio, n. 27, nomina come Commissario Regio Straordinario della città e provincia di Roma Giuseppe Gadda, Ministro dei Lavori Pubblici.

LA PUBBLICA SICUREZZA NELLE RELAZIONI DEL QUESTORE LUIGI BERTI

La Questura di Roma, dopo essere stata retta temporaneamente da Angelo Lipari, il 15 ottobre 1870 viene affidata a Luigi Berti, Consigliere Delegato della Prefettura di Modena, in base al Decreto Reale dell’8 ottobre.

Il 29 ottobre, il Questore invia una relazione al Luogotenente del Re nella quale si chiedono provvedimenti per riordinare il servizio di P.S. nella città di Roma. Berti parte dal provvedimento del 23 ottobre del 1816 del cardinal Consalvi, che delinea l’organizzazione territoriale della struttura della Polizia e ne affida le leve di comando al Direttore Generale e ai Presidenti Regionari.

I Presidenti, scelti tra la nobiltà del rione, sono ufficiali di polizia giudiziaria e amministrativa; gestiscono la giustizia economica avendo potere di dirimere le cause civili «di un merito non superiore a cinque scudi»; accudiscono i registri statistici della popolazione dei loro rioni. Quanto al le sedi delle Presidenze queste non erano proprietà del demanio, bensì dei Presidenti stessi, che impiegavano come uffici parte delle loro abitazioni, ricevendone «una indennità pecuniaria».

Il ratto delle Sabine. Allegoria satirica tratta da I primi anni di Roma Capitale:
1870-1878. Ugo Pesci, Roma 1971 Sovrastando il Papa Pio IX, Re Vittorio Emanuele II ghermisce Roma per possederla
dei loro rioni.

Pochi giorni dopo il 20 settembre, chi dirigeva il servizio di polizia, annota il Questore, assegna a ogni ufficio di Presidenza Regionaria un Ispettore o altro ufficiale di P.S. per espletare le funzioni di polizia giudiziaria e amministrativa proprie dei Presidenti, lasciando a questi ultimi la definizione delle cause economiche e la sovrintendenza del servizio di statistica. All’interno di questo quadro generale, Berti registra due eccezioni: quella del rione Ponte, dove il dove il Presidente mantiene le funzioni di ufficiale di polizia; quella del rione Borgo, privo di Presidente e Vice Presidente, dimissionari, dove l’ordine pubblico è garantito dai Carabinieri Reali e dalla truppa. Il funzionario, riconoscendo che nell’immediatezza dell’occupazione della città era logico affidarsi all’esistente, ora il permanere di «un tale stato di cose (…) non potrebbe che riuscir dannoso in progresso di tempo». Dopo averne sottolineato le incongruenze, tra le quali «la promiscuità dei locali d’ufficio fra Ispettore e Presidente, la disparità non ben definita delle loro ingerenze, i rapporti gerarchici non chiaramente determinati», propone che «le attuali Presidenze Regionarie siano sciolte», ma che non si alteri la suddivisione del territorio urbano tratteggiata dalle stesse; che in ogni settore sia presente un Ufficio di Pubblica Sicurezza nella scia degli altri grandi centri urbani del Regno; che la «giustizia economica» sia demandata a figure proposte dal dicastero di Grazia e Giustizia e parimenti la statistica al Municipio cittadino. In una successiva relazione del 4 novembre Berti, destinata a Gerra, dopo aver accennato alle notizie che sta raccogliendo sugli impiegati della Polizia Pontificia e sui «probi cittadini» che hanno collaborato spontaneamente con la Questura «nei primi difficili momenti del nuovo Governo», analizza più dettagliatamente la situazione della sicurezza pubblica della città. Ricorda che Roma «è divisa per ora in dieci Rioni», che dovrebbero far capo a degli Ispettori di Pubblica Sicurezza, dei quali però lamenta la mancanza, sollecitando, quindi, i suoi superiori a colmare le lacune presenti nel personale della P.S. nelle Sezioni rionali e anche negli uffici della Questura. Specificamente «fa calorosa istanza alla S.V. Ill.ma (…) di far destinare a questo ufficio al più presto possibile i seguenti funzionari: tre Ispettori di 1 a classe; due Ispettori di 2 a ; due Delegati di 1 a ; due Delegati di 2a; quattro Applicati». La richiesta di Berti non rimane inascoltata. Gerra informa Firenze il 6 novembre, e può scrivere a Berti che la missiva dal capoluogo toscano del 14 novembre soddisfa in parte l’esigenza «della Questura di codesta città», ma che «le condizioni in cui versano gli altri uffici di P.S. non consentono di secondare pienamente la domanda»; pertanto, saranno destinati agli uffici romani i seguenti ufficiali di P.S.: «Ispettore di Questura Santini Alessandro (…) da Napoli»; due Ispettori di 1 a classe, «Manzoni D. Vincenzo rientrato dall’aspettativa» e «Basso Demetrio rientrato dalla disponibilità»; due Ispettori di 2a classe, «Fattori Leonardo (…) da Belluno» e «De Rogatis Enrico (…) da Campobasso»; Delegato di 2a classe «Mezzera Ludovico (…) da Chiari (Brescia)»; due Delegati di 3a classe, «Pelosi Carlo (…) da Varese (Como)» e «Trentini Milziade (…) da Montergnano (Padova)»; quattro Applicati, «Stagni Attilio (…) da Lodi (Milano)», «Castagnoli Leopoldo (…) da Siena», «Ceccherini Aurelio (…) da Livorno», «Pietri Pietro (…) da Catanzaro».

Per quanto attiene la dislocazione dei diversi uffici della Questura, si concerta col Comandante della Divisione Militare Territoriale di Roma di stabilire presso il Convento di San Marcello la Caserma Centrale delle Guardie di P.S., a partire dal 10 novembre 1870.

In merito alle condizioni della pubblica sicurezza in città, Berti redige una nuova relazione, datata 6 giugno 1871, per il Ministro dei Lavoro Pubblici Gadda, tratteggiando un complessivo fosco quadro dell’ordine pubblico. Attraverso la consultazione «degli atti della cessata Direzione di Polizia» il Questore afferma senza mezzi termini che a Roma «la rapina sia una piaga di antica data, quasi nella tradizione del basso popolo romano». Riannoda le fila sino al 1863, quando una circolare «taccia d’infingardi e molli gli Ispettori Politici delle Presidenze Regionarie», destituendone quattro per la loro incapacità ad arginare le rapine. Berti cita una circolare del 7 maggio 1866 nella quale il Direttore di Polizia pontificia esprime il suo più vivo rammarico per i furti che «si rinnovano nella più sfacciata impudenza sia di giorno che di notte», ricordando, soprattutto, le disposizioni sui controlli dei precettati; nulla muta nel merito in altre due circolari del settembre e dicembre del 1867; in una lettera del 17 febbraio 1869 si sollecita il Colonnello dei Gendarmi «a maggior vigilanza consigliandolo di anticipare l’ordinario dei Gendarmi perché i malandrini colgono quell’ora (il mezzogiorno!) per commettere le rapine». Il Questore rimarca come i dati riportati nei registri protocollo pontifici riportino dati inesatti, in quanto «la gendarmeria specialmente incaricata della polizia era [costituita] in modo più autonomo e agiva più indipendentemente degli uffici di Polizia che non si verifichi presso il nostro governo dove tutti gli impiegati di Pubblica Sicurezza hanno mano nel servizio esecutivo e contatto cogli agenti di Polizia. Sotto il regime pontificio pochissimi erano i funzionari che avevano ingerenza nel servizio esterno di vigilanza e repressione e conseguentemente colla forza di polizia, cioè i soli Ispettori Politici e loro addetti. Ben molte dovevano quindi essere le rapine che sfuggivano alla conoscenza dell’Ufficio Centrale di Polizia o quante erano che non venivano registrate al protocollo». Berti sottolinea, pro domo sua, come il dissolversi in un «solo istante di tutta la forza di polizia (autorità, agenti, soldati) che sola aveva conoscenza de’ malfattori e poteva frenarli, doveva essere tacitamente rimpiazzata da un contingente eccezionalmente numeroso di esperti impiegati di Pubblica Sicurezza, Carabinieri e Guardie, ciò che non ebbe affatto luogo. E se nei primi mesi non si ebbero a deplorare gravi e numerosi misfatti lo si doveva in buona parte allo zelo veramente straordinario spiegato dai pochi ufficiali di P.S. e dagli scarsi agenti che primi furono mandati a Roma»; annota, compiaciuto, che a oggi sono 18 i malfattori agli arresti, «imputati di grassazioni e con tale corredo d’indizi e anche di prova per cui è lecito attendersi la condanna della maggior parte di essi». Concludendo, Berti evidenzia come la odierna funesta frequenza delle grassazioni (rapine), commesse in città,  non è affatto una novità ; anzi evidenzia come la Polizia pontificia «con ben più pesanti mezzi a disposizione (…) e pratica dei luoghi e delle  persone» non sia riuscita a contenere «questa piaga che è anche [tradizioni] di malviventi e nella feccia del [popolacciol di questa città», e che quasi sicuramente «la città stessa si troverebbe ora sotto il rapporto della Pubblica Sicurezza in condizioni ben migliori se non si fosse tardato oltre misura ad assegnare a questa residenza d’eccezionale importanza nei primi mesi specialmente, quel numero di impiegati e agenti che l’evidenza del bisogno  reclamava». Nel complesso le relazioni di Berti dipingono un quadro, dove le soverchianti criticità non trovano soluzione, soprattutto a causa dell’esiguo numero degli uomini a sua disposizione.

Dopo il 20 settembre vengono inviate a Roma 89 Guardie di P.S., che spesso si manifestano inadeguate ai compiti affidati, tanto da far serpeggiare il sospetto, nelle massime gerarchie sabaude capitoline, che alcune prefetture abbiano colto al volo l’occasione per “disfarsi” degli elementi più scarsi. Cadorna, messo alle strette, non può far altro che ricorrere agli uomini della Polizia papalina. Il 27 settembre, il Comando della Città di Roma e Provincia stila l’elenco delle Presidenze Regionarie con i nomi dei delegati alla presa di possesso e dei cittadini che devono coadiuvarli.

Gerra, riferendo a Firenze che in città «audaci aggressioni (…) si sono ripetute dentro le mura (…), in vie frequentate e in ore non tarde», sollecita Lanza, che invia altri uomini; tuttavia il Presidente del Consiglio, nonché Ministro dell’Interno, sprona però ad adottare il criterio del reclutamento in loco, poiché non solo Roma è carente di uomini della Pubblica Sicurezza. Dovrà passare del tempo, ma alla fine questa fase emergenziale viene superata, sia con arruolamenti locali sia con l’invio a Roma di 48 funzionari di P.S. di gradi diversi, di cui 27 destinati all’urbe; i restanti deputati al circondario della Comarca (Provincia).

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