L’Italia dei sogni è un paese possibile

24 Maggio 2014
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di Lucilla Sergiacomo *

   Sarebbe complesso intervenire su tutte le parti che compongono il nuovo libro di Goffredo Palmerini L’Italia dei sogni, (edizioni One Group), dal titolo così felice e aperto a quella speranza che oggi sembra venir meno nei cuori di molti italiani. La complessità deriva dalla natura miscellanea dell’ampio volume, che fonde il genere odeporico con le cronache giornalistiche sull’emigrazione italiana e raccoglie meticolosi ed efficaci resoconti di tanti viaggi e incontri avvenuti a grandi distanze gli uni dagli altri. Ognuno di questi incontri è dotato di una sua specificità, ma tutti sono riuniti da un tema di fondo che è appunto quello della realizzazione dei sogni che gli italiani emigrati nel mondo, di generazione in generazione, hanno saputo raggiungere, anche affrontando atteggiamenti di xenofobia e diffidenza.

Del volume di Palmerini è tuttavia possibile scegliere la via di una presentazione parziale, che pur andando contro il principio della par condicio degli argomenti trattati, riesce a valorizzare meglio componenti del discorso dell’autore che forse rimarrebbero nell’ombra. Seguendo quest’ottica, appaiono particolarmente interessanti da illustrare le forme della presenza femminile nei vari capitoli del libro e l’apporto dato dalle iniziative e dall’impegno delle donne alla realizzazione dell’ “Italia dei sogni” costruita dagli italiani all’estero, ma anche sul suolo nazionale.

E’ da premettere che le donne e le loro gesta compaiono in realtà nel libro di Palmerini in misura inferiore agli uomini, malgrado il cammino dell’emancipazione e della parità dei diritti sia stato percorso con tenacia dalle italiane e abbia raggiunto risultati legislativi molto avanzati. Questa rarefazione dell’operato e delle parole del mondo femminile è comunque un dato abitualmente rilevato da chi si dedica a studi di genere, e tanto più giustificato appare nel caso di un libro che parla della realizzazione dei sogni, perché quelli delle donne spesso incontrano ancora oggi più ostacoli economici e ideologici da superare. Tale disparità, della quale L’Italia dei sogni offre una riprova, trova però nella realtà italiana una compensazione che è bene richiamare quando si parla della parità tra i sessi nel nostro paese. Esiste infatti un dato consolatorio su cui meditare e riguarda la percentuale delle recluse nelle nostre carceri, che è inferiore al 5% del totale. Tutti gli altri carcerati sono uomini. Anche su questa enorme disparità bisognerebbe riflettere quando si pensa al valore di civiltà rappresentato dalle donne del nostro paese.

Lasciamo ora da parte questa digressione veterofemminista e torniamo al drappello femminile coinvolto esplicitamente, ovvero con nome e cognome, nell’Italia dei sogni di Goffredo Palmerini, cominciando dalla fine del libro, il cui ultimo capitolo è dedicato a due donne abruzzesi straordinarie, purtroppo non ricordate né mostrate come esempio quanto meriterebbero. Sono Filomena Delli Castelli e Maria Federici, che l’autore giustamente definisce Le pioniere della parità, e, a ripercorrere le loro vite, non poteva esserci una definizione più azzeccata.

Palmerini ricorda con ammirazione il contributo che queste due donne intelligenti, colte e coraggiose diedero alla nascita dell’Italia repubblicana e democratica. Maria Federici nata Agamben, aquilana (1899- 1984), nota per la sua partecipazione alla Resistenza romana insieme al marito Mario Federici, famoso drammaturgo aquilano, laureatasi in lettere, nel 1939 si spostò insieme con il marito all’estero, dove insegnò presso gli Istituti Italiani di Cultura, a Sofia, in Egitto e a Parigi, conoscendo a fondo la realtà problematica delle famiglie degli emigrati italiani, già incontrata quando insegnava nei paesini di montagna abruzzesi, devastati dall’emigrazione all’inizio del Novecento, con le famiglie che restavano affidate alle sole donne.

Il 2 giugno1946 Maria Federici Agamben fu tra le 21 donne elette all’Assemblea Costituente italiana, dove sedette come componente del gruppo parlamentare Democratico cristiano e insieme a Teresa Noce (Pci), Nilde Iotti (Pci), Lina Merlin (Psi) e Angela Gotelli (Dc) fu una delle cinque donne entrate a far parte della commissione speciale presieduta da Meuccio Ruini, divenuta nota col nome di Commissione dei 75, incaricata di elaborare e proporre il progetto di Carta Costituzionale da discutere in aula; in particolare fu di rilievo il contributo di Maria Federici per il diritto di famiglia, per le garanzie economico sociali per l’assistenza alla famiglia, per l’accesso delle donne alla magistratura, per il diritto di associazione e ordinamento sindacale. Come si ricorda nell’articolo di Palmerini, Maria Federici Agamben nel 1948, nella prima legislatura del parlamento repubblicano, fu eletta alla Camera dei deputati nel collegio di Perugia e restò in Parlamento sino al 1953 per poi dedicarsi a pieno tempo ai problemi della famiglia e dell’emigrazione e alla tutela dei diritti dei bambini, attività che nel 1947 la indussero alla fondazione dell’Anfe (Associazione nazionale famiglie emigrati).

Di forte fede cattolica e molto vicina a Monsignor Montini, divenuto poi Papa Paolo VI, la Federici ricoprì inoltre le cariche di delegata nazionale delle Acli e di presidente del Centro italiano femminile (Cif), del quale era stata nel 1944 una delle fondatrici. Fino a tre anni prima della morte, avvenuta nel 1984, aveva guidato l’Anfe, associazione da lei presieduta con “un impegno esemplare nell’affrontare le questioni sociali legate all’emigrazione italiana, per la tenacia e la complessità della sua visione del fenomeno migratorio”, scrive Palmerini, ricordando che per merito di Maria Federici Agamben l’Anfe espanse le sue sedi in Italia e in tutto il mondo, creando una rete capillare di punti d’assistenza per i nostri emigrati e per aiutarli a risolvere i loro problemi sociali, le pratiche burocratiche e le difficoltà d’integrazione nei nuovi paesi.

La foto risale al 1920 circa. Maria Federici Agamben è la ragazza vestita di bianco al centro della foto, quando era maestra elementare nei piccoli paesi di montagna dell’aquilano. I ragazzi intorno sono gli allievi di una pluriclasse forse provenienti da Rocca di Mezzo. E’ un bel documento della vita abruzzese dell’epoca, e fa capire le premesse della profonda conoscenza delle condizioni di vita delle famiglie degli emigranti, alla base della successiva attività sociale e politica condotta dalla Federici.

Pari a quello della Federici, che rimane una delle presenze femminili più importanti e attive del Novecento italiano, fu l’impegno politico di Filomena Delli Castelli, originaria di Città Sant’Angelo, dove era nata nel 1916 da una famiglia di umili origini con il padre emigrato in America. I destini di Filomena Delli Castelli e di Maria Federici si incrociarono nella loro partecipazione all’Assemblea Costituente e nella loro militanza all’interno delle associazioni cattoliche e nelle file della Democrazia Cristiana. Come Federici, anche Delli Castelli è stata un’insegnante e dopo essersi diplomata presso l’Istituto Magistrale del paese d’origine conseguì la laurea in lettere e filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, mantenendosi agli studi con il suo lavoro di maestra. Già quand’era studentessa si impegnò nel Movimento dell’Azione Cattolica Giovanile e ne fu presidente durante gli studi magistrali, iscrivendosi in seguito alla Federazione italiana Cattolica Universitaria nel 1940. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando insegnava presso l’Istituto Magistrale di Città Sant’Angelo, fondò una sezione della Democrazia Cristiana e successivamente divenne Segretario provinciale del Movimento Femminile del Partito. Conclusasi l’esperienza della Costituente, fu eletta per due legislature alla Camera dei deputati, nel 1948 e nel 1953, e dal 1951 al 1955 ricoprì anche la carica di sindaco di Montesilvano. Collaboratrice della Rai per vari anni, Filomena Delli Castelli si è dedicata assiduamente alla promozione e all’organizzazione di attività culturali e di volontariato e ha fatto parte del Comitato d’Onore per le celebrazioni del 60º anniversario dell’Assemblea Costituente istituito nella XIV Legislatura (2001-2006). Si è spenta a Pescara, dove si era stabilita da tempo, nel 2010.

A queste due donne di grande valore, coerenti con la loro fede politica e dedite per l’intera vita alla realizzazione dei loro credi civili e religiosi, il volume accosta una piccola schiera di altre figure femminili che sono state anch’esse capaci di raggiungere i loro obbiettivi e esportare all’estero il loro talento. Nel campo della creatività artistica Palmerini dedica attenzione a due artiste abruzzesi di successo, che vivono in Italia ma portano in altri paesi le loro opere e i loro progetti: la prima ad essere citata è l’attrice, musicista e scrittrice abruzzese Daniela Musini, vincitrice del Premio Saggistica Nabokov con la sua pubblicazione I 100 piaceri di d’Annunzio, riconoscimento che si aggiunge ad altri premi di valore conferiti a Musini per la sua attività concertistica e teatrale focalizzata sulla figura del vate pescarese e delle donne che amò; l’altra presenza appartenente al mondo della cultura e dello spettacolo è l’eclettica artista Raffaella Cascella, che in collaborazione con la Libera cattedra di Cultura Italiana dell’Universidad Nacional de La Plata e con la Dante di Buenos Aires ha realizzato l’avvio del progetto Lectura Dantis Figuralis, un’esperienza culturale polivalente che unisce varie espressioni artistiche – letteratura, arti figurative e musica – e che è stata accolta con successo in Argentina per la sua capacità interpretativa delle realtà locali.

Altra presenza femminile importante nel mondo della cultura abruzzese di cui si parla nell’Italia dei sogni è Giovanna Di Lello, ideatrice e direttrice artistica del Festival “Il Dio di mio padre”, dedicato al celebre scrittore italo americano John Fante. Una manifestazione attenta ai temi dell’emigrazione, che si svolge da nove anni a Torricella Peligna, paese originario di Nicola Fante, padre dello scrittore, e che ogni anno realizza un’importante rassegna letteraria internazionale scandita in concorsi e incontri con autori. Alla pianista Gabriella Castiglione è dedicata la cronaca del suo concerto Solo piano, tenuto a Barisciano in memoria dell’11 settembre e delle 2752 vittime dell’attentato alle Torri gemelle di New York che cambiò radicalmente i rapporti tra l’Occidente e il mondo musulmano.

Insieme all’intervento critico di Liliana Biondi, docente universitaria aquilana, che dedica un pregevole saggio alla poesia di Angelo Semeraro, altre due autrici hanno collaborato alla raccolta di Palmerini: Lia Di Menco, Presidente del Circolo Abruzzese e Molisano di Belluno, che ha scritto il resoconto di un viaggio di Goffredo Palmerini fra le comunità abruzzesi e molisane nel Nord Est d’Italia, mentre a Emanuela Medoro dobbiamo un utile e preciso saggio su Gli Stati Uniti d’America visti dall’Italia. La cronaca di Lia Di Menco riguarda il fenomeno dell’emigrazione interna dei nostri conterranei in altre regioni italiane e qui, come in diversi luoghi de LItalia dei sogni, Palmerini, oltre ad essere l’autore, diventa un personaggio del libro che al suo arrivo, sia tra gli italiani all’estero sia tra gli abruzzesi sparsi per le varie regioni d’Italia, non viene mai considerato e trattato come il giornalista e lo scrittore che ha dedicato opere di partecipe osservazione all’emigrazione italiana, peraltro scritti con le parole più adatte a farla conoscere. Palmerini viene accolto infatti come un parente lontano e finalmente rivisto, da circondare di affetto e attenzioni, sia che lo accolga il commediografo aquilano Mario Fratti, che a New York lo vuole assolutamente ospite nella sua casa-studio-monumento, sia che visiti le varie associazioni Abruzzesi e Molisane sul suolo italiano, come racconta Lia Di Menco, che ripercorre scorrevolmente gli incontri pubblici tenuti dallo scrittore su L’altra Italia, il suo libro che si può considerare la puntata precedente a L’Italia dei sogni. Anche da quest’opera traspare infatti l’autentico interesse di Palmerini per gli italiani espatriati e trapiantati da generazioni all’estero. Non trascurando mai il valore della memoria, lo scrittore riesce tuttavia a presentare in modo nuovo e dialettico le comunità abruzzesi e italiane emigrate fuori della regione.

Nelle sue pagine scompaiono infatti l’immagine impolverata e sbiadita degli emigranti e quel sapore di dejà vu che li circonda da sempre nell’immaginazione collettiva, e si restituisce nuova vita alle sfocate immagini dei bastimenti che varcavano gli oceani per portare gli italiani via dalla loro terra, verso un ignoto futuro che si attendeva più prospero e felice. Ormai c’è la tendenza a considerare desuete le storie e le figure degli “zii d’America” nell’epoca dell’alta velocità, dei rapidissimi voli aerei e degli innumerevoli contatti offertici dalla rete, che sono parte integrante della cosiddetta globalizzazione. Eppure in questa nostra contemporaneità digitale, dalla facciata così rassicurante, l’emigrazione degli italiani, soprattutto dei giovani, è paradossalmente ricominciata, prima in modo strisciante, e ora con maggiore evidenza, sempre per il medesimo motivo che portò lontano i loro nonni e bisnonni: la mancanza di lavoro e il timore di dover attendere troppo e invano per costruire una vita decorosa, anche dopo anni impegnativi, di lavoro e di studi.

A proposito della grande emigrazione novecentesca, Palmerini nei suoi resoconti di viaggio ha invece il merito di saper svecchiare quell’avventura che nel secolo scorso s’è portata via dal Belpaese ben trenta milioni di italiani, e riesce nel suo intento non cedendo a quella così diffusa retorica celebrativa passatista che mira solo a lodare la fierezza, il coraggio e la capacità di sacrificio degli emigranti. Al contrario lo scrittore ricerca gli esiti di quel grandioso avvenimento storico, analizzandone quindi non solo la portata ma campionando le situazioni positive che il fenomeno migratorio italiano ha prodotto nei cinque continenti del mondo e dimostrando le capacità lavorative e creative degli immigrati. Non è un contributo di poco conto quello di Goffredo Palmerini, se pensiamo che i mass media e soprattutto il cinema e i serial televisivi, anche i più recenti, abbinano quasi meccanicamente la presenza italiana all’estero al fenomeno della malavita e dell’esportazione della mafia all’estero.

Gli accenni al passato trovano comunque nel libro un’immediata attualizzazione nell’invito rivolto ai giovani a conoscere la storia dell’emigrazione italiana e a stabilire contatti con gli italiani residenti all’estero, per scoprire le loro storie e diventare così “cittadini del mondo”, mostrandosi nel contempo aperti all’accoglienza degli immigrati in Italia, solidali con chi oggi è segnato dalla durezza della vita nel suo paese d’origine. E’ un messaggio di grande civiltà, in forte sintonia con quello lanciato da un recente saggio di uno dei nostri più bravi giornalisti, Gian Antonio Stella, con il suo libro L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi. Una lettura che ha riacceso l’interesse dell’opinione pubblica sul fenomeno migratorio italiano, sempre di scottante attualità.

Altro spaccato estero, che esula però dal tema dell’emigrazione italiana per passare all’osservazione del paese ritenuto la più grande democrazia del mondo, è quello offerto dall’anglista e giornalista Emanuela Medoro nei suoi scritti Gli Stati Uniti visti dall’Italia, dove l’autrice, tramite la consultazione quotidiana dei documenti e dei discorsi segue metodicamente la prima campagna elettorale di Barak Obama e le tappe che per la prima volta portarono un nero alla Presidenza degli Usa. Medoro sottolinea la portata epocale di questo avvenimento, un segno con cui l’America dimostrò di aver superato quei pregiudizi razziali che ancora impedivano la piena attuazione dei principi di libertà, uguaglianza e giustizia sanciti nella Costituzione americana del 17 settembre 1787, ma mai pienamente attuati nei confronti della popolazione afroamericana e dei nativi indiani. Dall’Italia dei sogni spuntano anche altri sogni femminili che il destino ha impedito di attuare. Uno appartiene a Ilaria Rambaldi, lancianese, studentessa universitaria laureanda in Ingegneria, che non ha raggiunto la conclusione degli studi, perché è morta sotto le macerie di un palazzo in via Campo di Fossa, la notte del terremoto del 6 aprile 2009. Ma la madre, l’avvocato Grazia Piccinini, tiene viva la memoria della figlia scomparsa con il Premio Giornalistico Nazionale che porta il suo nome e con la Onlus Ilaria Rambaldi che porta avanti il progetto di realizzazione del Parco della memoria a L’Aquila.

Il desiderio di un ritorno alla bellezza e alla normalità rappresentato dai leggeri e raffinati lavori femminili al tombolo è stato invece appagato dal gruppo di donne aquilane che riunite intorno alla maestra Cristina Bravi hanno aperto un corso di tombolo, promuovendo la rinascita del famoso merletto aquilano e realizzando una mostra dei loro lavori a Trieste, con l’aiuto dell’Associazione Abruzzesi e Molisani di quella città. Questo piccolo e gentile sogno femminile si è realizzato e ringraziamo Goffredo Palmerini per avercene dato notizia, insieme a tante altre con cui continua a dimostrarci l’importanza dei sogni e della tenacia nel realizzarli.

ser.luci@alice.it

 Lucilla Sergiacomo, nata a Pescara, laureata in Lettere classiche all’Università D’Annunzio di Chieti, ha insegnato nei licei e collaborato con la cattedra di Letteratura Italiana del Magistero di Sassari tenendo corsi di critica leopardiana e con la Facoltà di Pedagogia dell’Università di Chieti dove ha svolto il Corso Letteratura e Comunicazione. I suoi ambiti di studio sono la storia della letteratura italiana, la critica letteraria e la didattica dell’italiano. Ha pubblicato i volumi: Le donne dell’ingegnere (Medium, 1988), sull’opera di Carlo Emilio Gadda, Lingua italiana. Guida all’ascolto (Mursia, 1989), Narratori d’Abruzzo (Mursia 1992), La critica e Flaiano (Ediars, 1992), Invito alla lettura di Ennio Flaiano (Mursia 1996), con cui ha vinto il Premio Flaiano per la Critica, Svevo (Paravia,1998), Testi comici e satirici (Paravia,1999) e numerosi saggi sulla letteratura abruzzese. Nel 2005 è stata insignita del Premio Pescara Donna. Tra il 2005 e il 2007 con l’editore Paravia di Torino ha pubblicato I volti della letteratura, storia della letteratura italiana in sette volumi, di cui è stata coordinatrice. E’ autrice dei volumi I, Dalle origini all’età comunale, VI, La prima metà del Novecento, e degli Strumenti per l’analisi e per la scrittura. Nel 2014 è uscito il saggio Gadda spregiator de le donne. Sublimazione misoginia femminicidio (Editore Noubs). Collabora con “Il Caffè illustrato”, “Rivista Abruzzese” e le pagine culturali del quotidiano “Il Resto del Carlino – La Città di Teramo”. Dal 2003 al 2012 è stata Vicepresidente dei Premi Internazionali Flaiano e membro della Giuria dei Premi Flaiano di Letteratura e Teatro. Fa parte della Giuria del Premio Eraldo Miscia di Lanciano, del Premio Città di Teramo – Racconto inedito e del Premio di Letteratura Opera prima del Festival “Il dio di mio padre”, dedicato a John Fante a Torricella Peligna.

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