Studi Storici
Giulio Quintavalli, Ispettore Fabio Ruffini, Assistente capo coordinatore Luca Magrone e dell’Ispettore (r.) Massimo Gay.
Tratto dalla rivista Fiamme d’ Oro dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato – Anno LIII n 2. Maggio – agosto 2026
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa e andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli”. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”. Così scriveva Primo Levi introducendo il suo libro di memorie Se questo è un uomo. Ma se è fuori di ogni dubbio che i campi d’internamento italiani avevano ben poco in comune con i campi di sterminio nazisti, non vi è chi non veda come la storiografia dominante sia rimasta largamente appiattita su una visione della Seconda guerra mondiale in cui la centralità dell’evento politico-militare della Resistenza lasciava ben poco spazio alla considerazione delle esperienze della deportazione e dell’internamento.
LE LEGGI RAZZIALI
Con la promulgazione delle leggi razziali nel 1938, precedute dal Manifesto degli scienziati razzisti, conosciuto anche come Manifesto della razza, pubblicato con il titolo Il fascismo e i problemi della razza il 14 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia, lo Stato fascista ufficializzava la pericolosità razziale originaria, insita nello stesso essere ebrei. L’articolata legislazione razziale, comunque, non costituiva ancora una condizione sufficiente per l’internamento degli ebrei italiani: infatti, dal giugno 1940 al luglio 1943, a essere internati furono unicamente quegli ebrei italiani ritenuti realmente pericolosi : fu soltanto negli anni della Repubblica sociale italiana, con l’emanazione dell’ordine di polizia n. 5 del 30 novembre 1943, che si decretò l’internamento di tutti gli ebrei residenti in Italia, italiani o stranieri, decretando così il passaggio da un antisemitismo discrimina torio a uno persecutorio. Dunque, negli anni tra il 1940 e il 1943, gli ebrei italiani non vennero sottoposti a misure di internamento indiscriminato, ma riguardarono solo quegli ebrei italiani che il regime riteneva politicamente e socialmente pericolosi. Non essendo internati, gli ebrei italiani che si trovavano in età utile a portare le armi non erano stati chiamati alla leva perché discriminati dalle leggi razziali: un privilegio che indusse il regime, a partire dal maggio 1942, alla “precettazione civile” a scopo di lavoro per gli ebrei italiani di entrambi i sessi, che venivano, dunque, coattivamente adibiti a lavori manuali nelle città di residenza. La precettazione rimase in molte località solo sulla carta, per varie ragioni comunque riconducibili a motivi di sicurezza che sconsigliavano di impiegare manodopera ebrea. Di fatto, fra gli ebrei precettati, quelli che poi furono avviati al lavoro furono veramente pochi.
I CAMPI D’INTERNAMENTO
Direttamente connesso al razzismo fu l’imponente lavoro preparatorio per i campi che dovevano ospitare gli internati civili: alla fine degli anni ’30 le strutture non erano ancora state approntate e, all’inizio del 1940, esisteva unicamente il campo di Pisticci, in provincia di Matera. Solo in tre casi – Ferramonti di Tarsia, Pisticci e Le Fraschette — i campi furono costruiti per gli internati civili e ricordano quindi le tipiche immagini dei campi di concentramento. Nella quasi totalità dei casi furono adattamenti di strutture già esistenti (ex conventi, ville private, orfanotrofi, ecc.) e, tra tutti i campi di concentramento istituiti in Italia a partire dal giugno 1940 e allestiti in edifici preesistenti, il più grande fu quello di Campagna (SA).
IL CAMPO FERRAMONTI Dl TARSIA E IL COMMISSARIO PAOLO SALVATORE
Il campo, che sarebbe arrivato a contenere 01tre duemila internati, sorgeva nella valle del fiume Crati, a meno di quaranta chilometri da Cosenza. Sul terreno messo a disposizione dal Comune di Tarsia, l’impresa Eugenio Parrini di Roma iniziò i lavori per la costruzione delle baracche. Malgrado l’ambizioso progetto di bonifica che aveva interessato quell’area, i terreni erano ancora malarici. Era il 20 giugno 1940 quando arrivarono i primi internati: quello stesso giorno assunse la direzione del campo il Commissario di Pubblica Sicurezza Paolo Salvatore. Sin dai primi giorni del suo insediamento, il Direttore adottò una politica di rispetto e tolleranza nei confronti degli internati, facendo comunque intendere che non avrebbe tollerato mancanza di disciplina. Molte testimonianze raccolte lo descrivono come un uomo buono, serio ed energico, attaccato alla Patria ma non certo al ‘regime.
Il regolamento prevedeva che gli internati eleggessero un capo camerata, previa approvazione del Direttore. I vari capi camerata presero la consuetudine di riunirsi in assemblea ogni settimana per dibattere sulle problematiche che affliggevano il campo e stabilire di eleggere tra i suoi membri un presidente (il cosiddetto “il capo dei capi”) che divenne di fatto il rappresentante di tutti gli internati presso la direzione, che a sua volta on prendeva alcuna decisione di un certo rilievo senza aver prima ascoltato il “capo dei capi”. Ruolo quest’ultimo non semplice, dovendo godere della fiducia degli internati per sostenere gli interessi presso la direzione, evitando che questa si venisse a trovare in situazioni spiacevoli, dati i regolamenti che disciplinavano la vita degli internati. Era, dunque, tacitamente convenuto che, in caso di ispezioni e denunce la direzione risultasse formalmente in regola, mentre ogni eventuale responsabilità per trasgressioni regolamentari ricedesse unicamente sugli internati. Nel settembre 1940, la popolazione del campo di Ferramonti crebbe esponenzialmente con l’arrivo di trecento ebrei (tra loro molte donne e bambini), provenienti da Bengasi in Libia e di varie nazionalità. Evi Eller, un’internata del citato arrivo, la cui testimonianza fu raccolta da Carlo Spartaco Capogreco, così riferisce sul trattamento ricevuto all’arrivo: “Fui subito colpita dalla disponibilità e dalla simpatia del maresciallo Marrari e dagli agenti a lui sottoposti, come pure del commissario Salvatore, il direttore del campo. Era egli una bravissima persona e ho sempre pensato che Marrari e i suoi uomini potessero essere umani e disponibili anche perché il direttore permetteva — o forse esigeva – un tale comportamento”. Fu proprio grazie alla lungimirante gestione del Commissario Salvatore che fu possibile realizzare in ogni baracca una mensa comune nella quale gli internati potevano preparare i cibi secondo i propri gusti e le proprie possibilità; fu costituito un comitato di assistenza che divenne importante punto di riferimento e di aiuto materiale e morale per gli internati del campo; nacque una biblioteca ove furono costituiti dei circoli culturali e si avviò un processo di scolarizzazione, grazie a una baracca messa a disposizione dalla direzione dove l’insegnamento ai bambini seguiva, il più possibile, l’insegnamento delle scuole pubbliche. Ma ad alleviare le condizioni di vita degli internati a Ferramonti a Ferramonti non fu solo il Paolo Salvatore, alla cui opera fu dato il giusto riconoscimento degli internati stessi anche nel periodo post-bellico. Sin dall’ottobre del 1939 operava a Milano una singolare struttura assistenziale, “la mensa dei bambini”, sorta per soccorrere i figli degli ebrei profughi che offriva pasti caldi gratuiti e aveva nell’ing. Israele Kalk l’ideatore e appassionato dirigente. Una fittissima rete di corrispondenti, oblatori e donatori permetteva alla mensa dei bambini di reperire i fondi necessari per la sua instancabile attività. Nel marzo del 1941, dopo aver ottenuto l’autorizzazione ministeriale, Israele Kalk giunse a Ferramonti per capire i problemi che affliggevano la vita del campo e contribuire a risolverli. Fu accolto dal maresciallo Gaetano Marrari, e nel primo giro di orientamento vide un’automobile un po’ malconcia piena di bambini allegri, vivaci e con il viso raggiante di gioia: era Paolo Salvatore, il Direttore del campo che, quando poteva si divertiva a portare i bambini a spasso. Così avvenne il primo incontro tra il Commissario Salvatore e l’ing. Kalk, nel modo che esprimeva la reale natura dei rapporti tra internati e autorità. Quando dovette ripartire Kalk informò il Direttore e gli internati del suo programma di aiuti, dando vita a una lunga attività assistenziale che per il campo sarebbe stata di vitale sostegno. Il buon andamento del campo di Ferramonti fu confermato nella primavera 1941, quando il Nunzio Apostolico presso il Governo italiano, Monsignor Borgoncini-Duca, in visita ai principali campi di internamento, si congratulò con il Direttore Paolo Salvatore per la sua opera organizzativa, soprattutto per il garbo con cui gli internati venivano trattati. Gli stessi, sentiti dall’alto prelato, lodavano la Direzione e a nome di tutti loro, il medico rumeno Giuseppe Lax pronunciò un breve discorso in cui disse: ” … ma se le circostanze ci furono avverse, noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare I ‘umana comprensione in questo campo e soprattutto per merito vostro, signor Direttore, noi sappiamo di essere compresi e assistiti nel più umano e dignitoso dei modi … “.
Nell’estate dello stesso anno, il 1941, Nelly Morpurgo Mann, moglie del “capo dei capi” di Ferramonti, ottenne dal Ministero il permesso di visitare il marito e, nel viaggio verso la Calabria, fu accompagnata dal cugino Luciano Morpurgo. Giunti a Ferramonti, non avendo l’accompagnatore il diritto di entrare nel campo, chiese se fosse almeno possibile salutare da lontano il parente: a fronte della richiesta il maresciallo Gaetano Marrari nicchiò, ricordò il regolamento, poi con atto spontaneo, simpaticamente generoso, prese sottobraccio il Morpurgo e lo accompagnò a salutare il confinato, confidandogli lungo la strada che non aveva internati, ma cari amici. Il Morpurgo, trascorsi gli otto giorni del permesso della cugina, ritornò al campo per riprenderla e, congedandosi, ringraziò il maresciallo Marrari che rispose soltanto: “Mio dovere”. Fu dunque grazie all’interpretazione della gestione dell’internamento, che diede la dirigenza del campo, che la comunità ferramontese raggiunse un notevolissimo sviluppo, sia sul piano sociale che su quello culturale. Così il pittore Michel Fingsten ottenne un locale che adibì ad atelier, organizzando mostre delle sue opere ed educando giovani talenti internati a Ferramonti. Sempre grazie alla direzione, la vita musicale al campo, curata dal maestro Lav Mirski, raggiunse un altissimo livello artistico con i cori della sinagoga, della cappella cattolica e del coro laico che eseguiva concerti.
Anche lo sport, in particolare il calcio, ebbe grande impulso e seguitissimi furono i tornei di scacchi. Questo l’andamento nel campo fino a quando, nella seconda metà del 1942, iniziarono a giungere inquietanti notizie dall’est sulla sorte degli ebrei caduti in mano ai tedeschi: attraverso informazioni che arrivavano tramite lettere di parenti o che trapelavano dagli ambienti della Chiesa, iniziarono a giungere notizie degli orrori nazisti. Con l’arrivo poi al campo di tre giovani ebrei polacchi, in gravissime condizioni fisiche, che portarono personalmente informazioni sui delitti nazisti, sul campo calò un clima di paura. I tre erano riusciti a fuggire da Treblinka su un treno che portava militari italiani in patria, di rientro dalla Russia. Nel frattempo, sui teatri di guerra, tra il ’42 e il ’43, si delineò la grande svolta a favore degli alleati: per i “ferramontesi” il nuovo anno si presentava portatore di minacce, ma anche di speranze. Fu proprio all’inizio del 1943 che il Commissario Salvatore subì una pesante ispezione per aver pubblicamente schiaffeggiato un milite, reo di aver malmenato un internato. Il Commissario fu trasferito al Commissariato di Chiavenna (SO), ma lo schiaffeggiamento non fu che il pretesto per dare sfogo alle tante accuse, da parte della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e della federazione fascista di Cosenza, che additavano il Commissario di contiguità con gli internati.
IL NUOVO COMANDANTE FRATICELLI
Subentrò al comando del campo il Commissario della P.S. Mario Fraticelli , già Direttore, a partire dal 1933, delle colonie penali e di confino di Ventotene, Ponza, Favignana e delle Isole Tremiti, luoghi ove si era fatto apprezzare per l’umanità nei confronti dei confinati e dei deportati: il nuovo Direttore dimostrò subito comprensione per gli internati, malgrado il “giro di vite” conseguente all’allontanamento del Commissario Salvatore.

Nel 1943, con nuovi arrivi di internati, Ferramonti superò la cifra di duemila reclusi, peggiorando ulteriormente la situazione alimentare e la generalizzata malnutrizione. Nel luglio 1943, dopo la caduta di Mussolini, all’iniziale euforia si sostituì un clima di incertezza e di sbandamento. L’ipotesi che i tedeschi in ritirata si abbandonassero ad atti di violenza contro i reclusi era concreta e attuale. Il Direttore Fraticelli, accompagnato dal “capo dei capi” Herbert Landau e da due agenti di P.S., si recò a Roma per ottenere l’autorizzazione a liberare gli internati, cosa che era già avvenuta in molti altri campi di internamento dopo la caduta del fascismo. L’8 settembre 1943, mentre il gruppo attraversava Terracina, veniva annunciata la capitolazione. Giunto a Roma, Fraticelli fu trattenuto nella Capitale e prestò servizio al Commissariato Trevi e, successivamente, a quello di Appio. Durante quei periodi, contrassegnati dalla grande incertezza, il Commissario non solo riuscì ad avvertire un gruppo di Carabinieri alla macchia prima di una retata, ma protesse anche l’ebreo Narciso Neumann, nascosto nel Pontificio Istituto Biblico, salvandolo dall’arresto. In contatto con la “Banda S. Huberto”, comandata da Regolo Rende e appartenente alla “Banda del Quadraro”, riuscì a far liberare razziati, Carabinieri e militari sbandati. Dalla testimonianza di Landau, raccolta da Carlo Spartaco Capogreco, emerge che Fraticelli abbracciò commosso il capo dei capi dicendogli: “Finalmente lei è libero”, mentre ai due agenti che erano di scorta comparvero agli occhi lacrime di gioia. Prima di partire, Fraticelli lasciò disposizione al Maresciallo Marrari, Direttore in sua assenza, di liberare gli internati se i tedeschi si fossero avvicinati al campo. E il pericolo si materializzò con il profilo dei Panzer della divisione corazzata “Hermann Goering” in ritirata verso il Nord. Nel campo erano ormai rimaste solo poche centinaia di internati, che ebbero l’illuminata idea, per ingannare i te deschi, di mettere sul cancello d’ingresso un drappo bianco e giallo a simboleggiare un’epidemia di colera: i tedeschi non entrarono mai a Ferramonti. Nel frattempo, il Commissario Fraticelli e Landau, giunti al Ministero per ottenere I ‘autorizzazione a liberare gli internati di Ferramonti, appresero che era stato impartito l’ordine di trasferire gli internati a Pisa, ma al Ministero non si erano accorti che da oltre un mese la posta e il telegrafo per la Calabria non funzionavano: se la disposizione fosse arrivata, per gli internati ferramontesi sarebbe stata l’anticamera per i campi di sterminio nazisti. Sempre al Ministero si apprese che il governo Badoglio aveva successivamente dichiarato liberi tutti gli internati: anche quel telegramma non arrivò mai in Calabria.
L’ARMISTIZIO E LA LIBERAZIONE
Era il 14 settembre del 1943, quando un carro dell’8a Armata britannica percorreva la statale e Ferramonti fu il primo campo di concentramento a essere liberato in Europa: era la fine dell’incubo nazista e molti ex internati si misero al servizio degli alleati arruolandosi nelle unità militari o facendosi inquadrare nei servizi ausiliari. Il graduale abbandono del campo da parte degli internati durò per altri due anni, concludendosi solo con la fine della guerra. Ma procediamo con ordine. Un mese dopo la liberazione entrò nel campo di Ferramonti un mezzo militare con la stella di David. Dalla testimonianza raccolta dal Capogreco, si trattava della Brigata ebraica e i soldati ebrei furono un importante punto di riferimento morale e materiale, ottenendo dagli inglesi i permessi di emigrazione in Palestina per tutti gli ex internati che lo chiedevano. Fu, in particolare con l’aiuto dei soldati ebraici, che le condizioni nel campo migliorarono repentinamente: “… i viveri arrivavano a sufficienza, e pure le sigarette. E quei contadini che in precedenza erano venuti a offrirci la verdura, adesso, spinti dalla fame si presentavano al campo a chiedere del cibo… “. I ruoli, dunque, s’invertirono e dalla metà di settembre furono gli internati a sostenere a loro volta la gente del luogo ricambiandola dell’aiuto ricevuto precedentemente. A novembre, dopo incredibili peripezie fra la linea di confine dove infuriava la battaglia e sfuggendo ai rastrellamenti tedeschi, ritornò al campo anche Herbert Landau., capo dei capi, grazie al Commissario Fraticelli, con cui era partito alla volta di Roma mesi prima e che gli procurò un “permesso di soggiorno per stranieri” senza indicazione della razza. A Ferramonti ritrovò non più il miserabile campo che aveva lasciato, ma una comunità fiorente.
Dopo la liberazione di Roma tornò a Ferramonti anche il Commissario Fraticelli e, come era avvenuto per Landau, venne accolto con entusiasmo: nell’occasione un internato, a nome di tutti, gli rivolse il saluto riconoscendogli di aver lasciato la propria famiglia a Ferramonti, recandosi a Roma per perorare la causa della liberazione degli internati. Nel 1945 gli fu assegnato un attestato di riconoscenza firmato da 93 internati “in riconoscimento del suo alto senso di umanità e spirito di sacrificio, 1943-44”. Nel frattempo, la schiera dei Ferramontesi andava assottigliandosi; nel marzo 1945 vi fu un altro grande esodo per la Palestina e nel campo non resta che poche decine di persone. Il 6 settembre del 1945, la partenza di un ultimo convoglio ferroviario decretò la fine dei giorni di vita del campo di Ferramonti.








