Matrimonio senza amore, amore senza matrimonio

1 Febbraio 2026
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La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza

Di Giuseppe Arnò, Direttore della Gazzetta Italo – Brasiliana, editoriale febbraio 2026.

Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore?

Secondo accurati sondaggi, oggi in Francia un uomo su quattro ritiene normale che una donna abbia rapporti sessuali per dovere matrimoniale e non per desiderio. Dato allarmante, si dirà. E infatti la République, che quando fiuta un principio morale non resiste alla tentazione di trasformarlo in norma, ha deciso di intervenire.

L’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità una legge che sancisce la fine del cosiddetto dovere coniugale. Coautore del testo è il deputato di centrodestra Paul Christophe (Horizons); ora la palla passa al Senato, chiamato a chiarire un quid iuris che da secoli inquieta giuristi, teologi e mariti: se la convivenza implichi o meno la comunione del letto.

La risposta è netta: no.
“La convivenza non crea alcun obbligo di rapporti sessuali”, stabilisce il nuovo dettato, smarcandosi da una giurisprudenza che aveva spesso assimilato la comunione di vita a una comunione di lenzuola. Un equivoco, a quanto pare, durato troppo a lungo.

Secondo la coautrice della legge, Marie-Charlotte Garin, lasciare in vita l’idea di un dovere coniugale significherebbe avallare “un sistema di dominio e di predazione del marito nei confronti della moglie”. E sia: la lotta femminista, quando è necessaria, va combattuta fino in fondo. Anche a colpi di codice civile.

Resta però una domanda, fastidiosa come una zanzara in una stanza buia: e l’amore?
Se il matrimonio è ridotto a contratto di mutua assistenza logistica, se il letto diventa territorio neutro e l’intimità un’opzione facoltativa, che cosa resta? Un’assemblea condominiale con benefici fiscali.

Colpisce la scala delle priorità. Il mondo oscilla tra guerre nucleari e catastrofi naturali, ma la Francia, con encomiabile zelo, mette ordine tra piumoni e cuscini. Non è difficile immaginare che presto qualche illustre onorevole, per non restare indietro, proponga una norma analoga anche da noi. O che sia Bruxelles a occuparsene, magari precisando che per fare l’amore in ambito coniugale sarà necessario un consenso scritto, con firma autenticata, valido solo nei giorni feriali e previo preavviso di quarantotto ore.

Del resto l’Europa ha solide basi teoriche. Basterà rispolverare Tommaso Campanella e la sua Città del Sole, dove la generazione è sottoposta a regole ferree, accoppiamenti giudiziosi, orari stabiliti dall’astrologia e una netta distinzione tra amore e sessualità. L’atto generativo è cosa seria, i sentimenti un dettaglio trascurabile. La delizia, se concessa, è subordinata alla necessità. E il gusto, si rassicura, non manca a nessuno.

Ma se la signora non ci sta?
Se accusa l’eterna emicrania, se rifiuta la sessualità tanto per delizia quanto per necessità? Qui la legge tace. E allora, per coerenza giuridica e igiene mentale, sarebbe cosa buona e giusta che un prode legislatore proponesse una norma complementare: l’esonero da ogni infamia per il marito che, al reiterato diniego coniugale, eserciti i propri desideri fuori le mura domestiche.

Non per licenza, ma per logica.
Se il matrimonio non crea alcun obbligo di rapporti sessuali, non sarà lecito dolersene. Né pretendere fedeltà fondata su ciò che la legge ha dichiarato inesistente.

Come recita un vecchio adagio: a rendere felici non è l’amare, ma l’essere amati.
E quando l’amore diventa facoltativo, anche la fedeltà rischia di finire tra le clausole vessatorie.

E giustizia, finalmente, sia fatta.


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