L’Europa non è un condominio (anche se qualcuno insiste a portarsi dietro le ciabatte)

1 Aprile 2026
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Tra veti, distinguo e fughe solitarie, l’Unione rischia di sembrare un’assemblea di litiganti più che una comunità di destino

Di Giuseppe Arnò, presidente di ASIB-Associazione Stampa Italiana in Brasile, direttore della Gazzetta Italo-Brasiliana

EDITORIALE APRILE 2026

C’è un equivoco di fondo che, come certi rumori notturni nei palazzi mal amministrati, continua a disturbare il sonno dell’Europa: l’idea che l’Unione sia un elegante condominio dove ciascuno può fare ciò che vuole, salvo poi lamentarsi dell’odore di fritto altrui. Non è così. O, almeno, non dovrebbe esserlo.

L’Unione Europea nasce, sulla carta, come un’unione di Stati che condividono non solo regole, ma anche una direzione politica, una visione, un minimo sindacale di coerenza internazionale. Non è il club del “faccio come mi pare purché pago le spese comuni”, né una riunione di scapoli geopolitici in cerca d’autore.

E invece, a giudicare dagli ultimi sviluppi, l’aria che tira somiglia più a quella dell’“Armata Brancaleone”: ognuno per sé, Dio per tutti e, se possibile, qualche corsia preferenziale per i propri mercantili.

Prendiamo il caso della Spagna di Pedro Sánchez. Mentre il resto dell’Occidente cerca faticosamente una linea comune su crisi e sicurezza, Madrid si distingue per una certa creatività diplomatica: dialoga con l’Iran, ottiene garanzie di transito nello stretto di Hormuz, si smarca dalla missione europea “Aspides” e, già che c’è, si dichiara contraria all’aumento della spesa NATO. Il tutto con la grazia di chi, invitato a cena, decide di portarsi da casa il proprio menù.

Il risultato? Teheran elargisce riconoscimenti selettivi: passaggio sicuro per i mercantili spagnoli “perché Madrid rispetta il diritto internazionale”. Una formula elegante, che suona più o meno come: “voi siete diversi dagli altri”. E quando qualcuno inizia a essere “diverso” in politica estera, di solito significa che qualcosa si è incrinato.

Ora, sia chiaro: il rispetto del diritto internazionale, quello vero, non quello a geometria variabile, non è materia negoziabile. Il regime di libero transito negli stretti, sancito dalla UNCLOS, non si contratta come un saldo di fine stagione. È una regola, e le regole o si rispettano tutti o diventano carta decorativa.

Ma il punto non è giuridico. È politico. È strategico. È, in ultima analisi, esistenziale per l’Europa.

Si può, nel pieno di una tensione globale crescente, restare contemporaneamente dentro l’Unione Europea, nella NATO e nel sistema delle Nazioni Unite, e poi comportarsi come un battitore libero? Si può essere “non allineati” quando si è, per definizione, allineati a un sistema di alleanze?

La risposta, se si vuole essere onesti, è no. O meglio: si può fare, ma ha un prezzo. E di solito non lo paga solo chi gioca da solista.

E qui entra in scena l’altro convitato di pietra, l’Ungheria, che da tempo interpreta l’appartenenza europea come una forma d’arte contemporanea: astratta, incomprensibile e spesso provocatoria. Due casi non fanno ancora una regola, ma fanno certamente un problema. Anzi, due.

“Huston, abbiamo un problema”, verrebbe da dire. Ma non è un guasto improvviso: è un difetto di fabbrica mai corretto. L’Europa ha tollerato troppo a lungo l’ambiguità, scambiandola per pluralismo. Ha accettato il dissenso strategico come fosse una sfumatura culturale. Ha confuso la libertà con l’arbitrio.

Eppure, la realtà è meno filosofica e più brutale: non si può stare con due piedi in una scarpa. È scomodo, e prima o poi si cade.

Se l’Unione vuole essere qualcosa di più di un mercato ben arredato, deve decidere cosa essere: una potenza rispettabile o una riunione di condòmini rumorosi. Non esiste una terza via fatta di comunicati prudenti e malumori sussurrati.

Chi condivide le regole resta e le rispetta. Chi non le condivide ha tutto il diritto di andarsene, o il dovere degli altri di accompagnarlo gentilmente alla porta. Non per cattiveria, ma per igiene istituzionale.

Perché, alla fine, il vecchio adagio non sbaglia: se osservi abbastanza a lungo il problema, scoprirai che il problema sei tu.

E l’Europa, a forza di guardarsi allo specchio, dovrebbe averlo capito. Ma continua a pettinarsi. E intanto, fuori, il mondo bussa. Non sempre con buone intenzioni.

Giuseppe Arnò

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