Debutto di lusso per la Mannatara di Errico Centofanti.

1 Marzo 2026
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All’affollatissima Libreria Colacchi, nel centro antico dell’Aquila, è andata in scena con gran successo la presentazione della Mannatara, un libro di racconti, il piú recente prodotto della fucina letteraria di Errico Centofanti, un mosaico che, attraverso personaggi, dialoghi e frammenti di vita quotidiana, traccia un bel tratto di memoria della città e delle sue trasformazioni sociali tra fine Novecento e esordi del Duemila.

Alla presentazione, curata da Fabrizio Pompei e Iaia Centofanti, i due “capitani” della Compagnia della Contessa, ha dato brillante sostanza il prof. Antonello Ciccozzi, Antropologo culturale dell’Università dell’Aquila, magnificamente accompagnato da Tiziana Gioia e Claudio Marchione, scoppiettanti protagonisti della lettura di alcuni brani estratti, ovviamente, dalla Mannatara.

Al centro della narrazione emerge la figura simbolica della “mannatara”, donna semplice incaricata delle piccole necessità quotidiane dalle famiglie benestanti, metafora delle esistenze silenziose e spesso dimenticate che sostengono la vita di una comunità senza lasciarne traccia nella memoria ufficiale.

Nei salotti, nelle piazze e nei luoghi della socialità cittadina prendono forma figure riconoscibili e universali, specchio di una società sospesa tra tradizione e cambiamento, tra appartenenza e disincanto. Una sorta di stratigrafia umana, fatta di micro-eventi, relazioni e livelli sociali che si sovrappongono nel tempo e disegnano l’identità profonda della comunità. Un affresco di incontri, conversazioni e osservazioni sottili, in cui il vissuto individuale dialoga continuamente con la dimensione collettiva.

Attraverso uno stile ironico e raffinato, ricco di riferimenti culturali e di una sottile attenzione antropologica, la Mannatara di Centofanti propone una riflessione sul tempo, sull’identità e sul valore della memoria condivisa, un esercizio di memoria civile, che, nella traduzione del particolare in esperienza universale, restituisce voce a quanti, pur avendo contribuito alla costruzione della comunità, sono rimasti ai margini della consapevolezza collettiva, un invito a interrogarsi su ciò che resta delle persone e dei luoghi quando la storia ufficiale si allontana.

L’autore ha tenuto a evidenziare l’inutilità del voler scoprire a quale modello reale ciascun personaggio potrebbe corrispondere, sostenendo che, fatti salvi i casi della leggendaria e vera Mannatara e del dirigente comunista Eude Cicerone, ognuno di loro scaturisce dalla mescola di tante personalità e vicende osservate nella realtà e nell’arco d’oltre mezzo secolo.

A proposito dell’autore, non sarà inutile ricordare qualche tratto biografico: Errico Centofanti, allievo di Salvatore Battaglia all’Università Orientale di Napoli, fu co-fondatore nel 1963 e direttore per i primi vent’anni del Teatro Stabile dell’Aquila, nel 1983 ha restituito nella modernità l’antica tradizione aquilana della Perdonanza curandone la direzione artistica fino al 1992, ha diretto festival e eventi culturali a Ravenna, Bologna, Urbino, Cervia, Andria e in altre città d’arte, è autore di numerose opere saggistiche e narrative, scrive per Sipario, la piú antica rivista italiana di spettacolo che esce a Milano dal 1946.

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