Una Corte nata per fermare genocidi e tiranni, finita per rilasciare comunicati stampa
Giuseppe Arnò (Direttore della Gazzetta Italo-Brasiliana)
Nata per giudicare tutti, ma obbligata a guardare dall’altra parte quando perfino gli Stati aderenti si rifiutano di collaborare.
La trovata era geniale, ammettiamolo: un Tribunale Penale Internazionale per mettere fine all’impunità dei criminali più efferati del pianeta. Genocidi, guerre, aggressioni, torture: finalmente la giustizia mondiale avrebbe alzato la voce contro chi si credeva intoccabile.
Poi, come spesso accade, dal sogno all’incubo il passo è stato breve. La Corte è nata con una missione titanica ma senza muscoli: emette sentenze che nessuno è obbligato a far rispettare, i mandati d’arresto restano carta da parati negli uffici dell’Aia e i potenti della Terra, quelli della lista dei “wanted”, continuano a sfilare sorridenti nei summit internazionali.
“La Giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro”, diceva Papa Pio VII nel Marchese del Grillo. Mai battuta fu più profetica. Perché se davvero la giustizia terrena dovesse incarnarsi nella Corte dell’Aja, allora si capisce bene perché i santi abbiano preferito attendere quella divina.
In effetti, di giustizia internazionale se ne vede ben poca. Si processano leader africani in pensione o dittatori di Paesi senza voce in capitolo, mentre i grandi della Terra siedono indisturbati sul trono della geopolitica, osservando con aria divertita. La selettività delle accuse è così evidente che non serve scomodare grandi teorie complottiste: basta aprire l’elenco dei processi per capire chi comanda.
Ma del resto, sarebbe ingenuo aspettarsi altro. Ci sono Paesi in cui la Giustizia si occupa solo di giustizia, ma con il sottofondo politico inevitabile, come musica d’ascensore. Altri in cui la Giustizia fa apertamente politica. E altri ancora in cui Giustizia e Politica coincidono del tutto, al punto che nessuno distingue più il giudice dall’onorevole.
In ognuno di questi scenari resta centrale il tema della giustizia giusta, l’epicheia. Essa richiede prudenza, saggezza e rigore, quasi a combinare nell’esercizio della giustizia le altre virtù cardinali, come ricordavano Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Ma di questa giustizia giusta si è persa la traccia. Pretenderla nelle sentenze internazionali? Utopia pura.
E qui sta il nodo: come si può pretendere che la CPI si liberi dal peso della politica, quando, come ricordava Aristotele, l’uomo è per natura un animale politico? La giustizia nasce dall’uomo, e dunque dalla politica: impossibile separare madre e figlia senza generare un mostro.
Le regole, comunque, erano chiare sin dall’inizio: Stati Uniti, Russia, Israele e Cina non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Non perché amanti della guerra, ma perché allergici a farsi giudicare. Chi governa il mondo non gradisce che un tribunale internazionale ficchi il naso nelle sue operazioni “umanitarie”. Così, mentre il cittadino comune deve rispondere della multa per divieto di sosta, i leader globali possono bombardare, invadere, deportare senza troppe ansie giudiziarie.
A rendere il tutto più pittoresco, le indagini preliminari della CPI talvolta si basano anche sulle notizie stampa. Ma davvero qualcuno pensa che la stampa sia indipendente e immune da pressioni? In questi casi, la Corte finisce per assomigliare più a un osservatorio mediatico che a un tribunale.
Il Consiglio di Sicurezza ONU, poi, completa l’opera: ha il potere di bloccare le indagini del Procuratore per un anno. Basta che uno dei membri permanenti, guarda caso gli stessi che non hanno ratificato lo Statuto, alzi il ditino, e la giustizia internazionale entra in pausa. Come Netflix.
Alla fine, la CPI è rimasta un simulacro di giustizia: forte con i deboli, inesistente con i forti. Perfetta per processare miliziani africani o satrapi in pensione, ma incapace di sfiorare i veri colossi della geopolitica. Risultato: i popoli vedono che i potenti la fanno franca, la fiducia nel diritto crolla, e la Corte diventa più uno strumento geopolitico che un tribunale.
La soluzione? Qualcuno propone sanzioni economiche o l’esclusione dai contesti internazionali per chi ignora i mandati. Ma finché chi decide le sanzioni coincide con chi dovrebbe subirle, la Corte resterà un nobile esperimento… con valore puramente decorativo.
Così la Corte Penale Internazionale rimane sospesa tra il sogno e la caricatura: tribunale universale solo sulla carta, tribunale selettivo nella pratica. Un’istituzione che promette imparzialità assoluta, ma che troppo spesso si rivela lo specchio deformato dei rapporti di forza globali.
E allora, con un filo di sarcasmo e un pizzico di rassegnazione, non resta che ripetere la domanda finale:
Esiste giustizia giusta in questo mondo?
Forse aveva ragione Giolitti, che con il suo cinismo lucido spiegava il diritto meglio di mille trattati:
“Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, per qualcuno si eludono.”
La CPI, più che una Corte, sembra l’ufficio traduzioni di questa massima immortale.