LA DIVISA CHE DIFENDE

8 Dicembre 2023
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Umberto Dante (*)

Militari impegnati nell’operazione Strade Sicure
a Napoli. Foto tratta dal sito istituzionale dell’esercito Italiano

Forse uno dei migliori risultati raggiunto dall’Istituto Storico Abruzzese (IASRIC) è stato il festival (tenutosi per alcuni anni) dedicato alla storia delle Forze Armate Italiane.

Merito, credo, di una sinergia felice tra l’abilità organizzativa del generale Raffaele Suffoletta (tesoriere dello IASRIC nonché fondamentale animatore dell’associazione “Vox Militiae” dell’Aquila) e, se mi è lecita l’autocitazione, la mia presidenza sempre tesa alla sperimentazione. Da non dimenticare tra i protagonisti della Vox Militiae il compianto generale Vademaro Martinelli.

Non era facile, allora, intuire ed ipotizzare la fecondità del confronto tra due culture storiograficamente diverse e politicamente collocate anche quasi agli antipodi di un paese come il nostro, emerso con fatica e mille incomprensioni da una crudele guerra civile conclusasi senza una qualsiasi forma di pace addirittura con l’esclusione dall’ambito costituzionale della parte sconfitta.

Tuttavia, credo che proprio l’inerzia di una contrapposizione statica, sempre di più percepita come arida e pregiudiziale, ha stimolato molti nuovi interessi.

A dimostrare l’esistenza di questo vento nuovo, interviene la vicenda politica nazionale, che passa attraverso governi comprendenti forze come il PD e i 5Stelle sino alla fase attuale, ovvero all’ascesa al potere di Giorgia Meloni.

Abbiamo, contemporaneamente a questa evoluzione del potere apicale nel nostro paese, l’insorgere di fenomeni socioculturali gravi, inquietanti: 

– la pandemia COVID; 

– gli stravolgimenti climatici; 

– le guerre promosse da grandi potenze; 

– il dilagare di contrapposizioni radicali tra le generazioni, tra i generi, tra le religioni monoteiste, tra le popolazioni stanziali e quelle migranti.

Ebbene, è divenuto frequente in Italia che queste turbolenze siano fronteggiate con il ricorso alla competenza imparziale delle divise.

Ovvero: nelle situazioni di emergenza il ceto dei militari diviene sempre di più una risorsa fondamentale; cosa che per noi dello IASRIC (che siamo stati precorritori) è motivo di compiacimento e di orgoglio.

Tuttavia, questo appello alla divisa non può rappresentare una comoda e sistematica ciambella di salvataggio, da utilizzare opportunisticamente, magari per evitare il confronto con la piena comprensione delle radici delle singole situazioni di crisi.

Non basta chiamare in soccorso la divisa; occorre mobilitare tutto il coraggio e le capacità analitiche della nazione.

Ad esempio, bisogna cogliere a pieno il coincidere di questo ritorno alla divisa con dei fenomeni di massa anche ideologici, spesso imperniati su di una sistematica nevrotica contestazione del ruolo del maschio oppure sull’idolatria dogmatica del genere femminile.

Non mi sembra casuale l’affermazione recentissima degli scritti del generale Vannacci, inizialmente pubblicati in forma privata. Questi scritti non sono frutto di ricerche sofisticate ma di riaffermazioni di un buon senso alquanto tradizionalista che è ancora presente e diffuso presso il cittadino medio italiano.

Soprattutto sul versante di sinistra della politica italiana c’è, al contrario, una crescente insistenza su di una critica “spocchiosa” dei principi fondanti la comunità tradizionale (vedi l’insistere sul genere “fluido”, sul ruolo femminile, sulla sostituzione della famiglia con la scuola, sull’esaltazione della sperimentazione rispetto al tradizionalismo).

Questo sbilanciamento viene accompagnato da qualcosa di ancora più profondo: una percezione diffusa della precarietà della presenza umana sulla Terra, persino del “bios” in quanto tale. 

Rimbalza frequente la parola “apocalisse”.

Insomma, homo sapiens sapiens viene messo in discussione come un animale arrivato ai suoi limiti estremi.

In un contesto del genere, il ritorno alla divisa ed a Vannacci non è favorito ma addirittura accolto dalle sinistre con un sospetto condito di ostilità.

Io credo che questa reazione non debba essere perseguita e tanto meno alimentata.

Dirò di più: la capacità di controllo dei nervi e di recupero del buon senso potrebbe entrare a far parte della “mission” delle divise moderne.

Nelle ultime elezioni ho avuto l’onore di affiancare Nicoletta, una candidata che era ed è un graduato di artiglieria. Ebbene, come a suo tempo mi era accaduto con il generale Suffoletta, il lavoro in comune mi ha fatto sperimentare l’esistenza ed i pregi di una divisa moderna, ovvero lucida, vigile, aggiornata.

E’ in questo tipo di divisa che confido per lo sviluppo del processo di riforma che mi sembra di intravedere.

(*) UMBERTO DANTE

Umberto dante

Umberto Dante è nato a Roma il 19 agosto 1948. Si è laureato a Cagliari (facoltà di Lettere) con una tesi su Sergio Corazzini.  Ha insegnato Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università dell’Aquila. E’ stato docente a contratto presso l’Università “La Sapienza” di Roma (prima nella facoltà di Sociologia poi nella facoltà di Scienze della Comunicazione).  E’ stato lungamente presidente dell’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea, dirigendo la rivista “Abruzzo Contemporaneo”. Tra le opere più significative: “Insorgenza e anarchia” (Cooperativa Universitaria di Salerno; “Il verosimile nelle arti visive (Meltemi, Roma); “L’Italia dentro l’Italia (Colacchi, L’Aquila); “Le bandiere e i canti” (Mursia, Milano); “L’Italia di mezzo” (Carabba, Lanciano). 

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