Il Corpo della Polizia femminile dall ‘assistente sociale alla poliziotta.

22 Dicembre 2023
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Studi storici

A cura dell’Ufficio Stori o della Polizia di Stato: Commissario Giulio Quintavalli, Ispettore Fabio Ruffini, Assistente capo coordinatore Luca Magrone, e del Socio ANPS Massimo Gay.

Inserto alla rivista trimestrale delle Fiamme d’Oro n2/2023.

La storia della nascita in Italia del Corpo e la sua evoluzione, tra diritti negati, resistenze, rivendicazioni e disparità di genere.

Agli albori del Novecento, in molti Paesi dell’Europa settentrionale e negli USA, alle donne sono già riconosciuti molti di quei diritti ed opportunità nel mondo del lavoro che, altrove, sono prerogativa degli uomini. L’uomo è il capo famiglia, relegando alla donna il ruolo “naturale” di madre e moglie. Lo stereotipo di “donna casalinga e uomo con i pantaloni” è sancito dalla negazione del diritto al voto, dall’impossibilità di accedere alle professioni più importanti e di ricoprire ruoli pubblici.

La parità di genere è solo una chimera per quasi tutte le nazioni.

Alle soglie della Grande Guerra, in Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Inghilterra e USA la polizia femminile è già una realtà, mentre altrove i suoi detrattori, ne ridicolizzavano il ruolo, sostenendo che la professionalità fosse solo maschile, associando il prestigio, il potere e il grado, nella polizia alla lotta contro il crimine.

Inoltre, la legalizzazione della dilagante prostituzione femminile rappresenta una delle forme più visibili di disparità di genere.

MINA CAROLINA VAN WINKLE E LE SUE RICERCHE

Mina Carolina Van Winkle

Nel 1919, alcuni dei paesi coinvolti nella Grande Guerra fondano la Società delle Nazioni, per accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani, pesantemente compromessi dalle precarie condizioni economiche e sociali. In questo contesto, la stessa lancia alcuni appelli ai Paesi aderenti perché adottassero politiche pe abolire la prostituzione e istituissero Corpi di polizia femminile per contrastare la tratta delle bianche e le manifestazioni criminali che coinvolgono donne e minori. Paesi dove, prevalentemente, il fronte “no poliziotta” è vasto e compatto, nonostante gli sforzi della direttrice dell’ufficio di Polizia femminile della polizia Metropolitana di New York Mina Carolina Van Winkle. Affermata nelle scienze sociali e nelle pratiche medico-pedagogiche, Van Winkle da anni sta effettuando una ricerca distribuendo migliaia di questionari in numerosi uffici di polizia americani, intervistando anche il personale al fine di determinare gli effetti della presenza della donna in polizia.


Nel 1961, presso l’Istituto Superiore di Polizia, dopo 4 mesi di corso vengono formate le prime donne del Corpo Femminile di Polizia. Nella foto le partecipanti riprese in un momento informale.

La sua appassionata iniziativa la porta anche a ricoprire la carica di presidente dell’International Association of Policewomen.

Con la sua ricerca, la direttrice dimostra che le poliziotte favoriscono la socializzazione tra colleghi dell’ufficio, e la loro predisposizione verso le donne e bambini.

La professionalità delle poliziotte suscita approvazione, orgoglio ed entusiasmo nei colleghi dinamiche a beneficio della qualità complessiva del servizio, a cui si aggiunge l’apprezzamento della magistratura. Non sempre sensibili al bisogno di assistenza e protezione degli individui più vulnerabili, i giudici accolgono di buon grado le proposte delle poliziotte, molte delle quali esperte in scienze sociali.

Il legame tra professionalizzazione della poliziotta, efficienza del servizio, qualità dei rapporti tra uomo e donna sono scientificamente dimostrati a scapito del pregiudizio.

IN ITALIA: DIFFIDENZE E STEREOTIPI

L’uniforme invernale è composta da una giacca in cordellino di lana blu con il fregio del Corpo fissato alla manica sinistra e gradi al petto, una gonna dello stesso tessuto, una camicia bianca con collo floscio e da-una cravatta nera. Il cappello con ricamo, i guanti, la borsa e le scarpe nere basse in cuoio completano il corredo. È previsto un cappotto di lana blu chiuso da bottoni metallici dorati. L’uniforme estiva è della stessa foggia dell’invernale ma in cordellino di cotone color carta da zucchero (Tavola realizzata dall’Ufficio storico della Polizia di Stato, autore Giorgio Cantelli)

Nel 1946, per rispondere alla recrudescenza del degrado e della criminalità minorile, nonché del fenomeno della prostituzione dovuti alle gravi condizioni in cui versa il Paese uscito dalla guerra – viene proposto un corpo di “Vigili del fanciullo”, con compiti preventivi e secondari rispetto alla P. S., aperto anche alle donne. Nel 1947, una circolare della Direzione Generale della P.S. istituisce in ogni Questura un Ufficio Minorenni per la delinquenza minorile e la loro assistenza, integrato l’anno successivo, per la sola Capitale, da alcune insegnanti delle elementari distaccate dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Dopo qualche anno, il deputato democristiano Beniamino De Maria rivolge un appello al Parlamento per l’abolizione delle case chiuse, accolto sotto forma di progetto di legge della senatrice socialista Lina Merlin. A lei si deve l’intuizione di un Corpo di polizia femminile, successivamente riproposto dalla deputata democristiana Lina Bianchini: uno schieramento trasversale di uomini e donne provenienti dalle fila partigiane, già membri dell’Assemblea Costituente, uniti da un comune sentire contro i gravi problemi morali di un Paese segnato da un diffuso degrado. Le parlamentari concordano un’opera sistematica di prevenzione e tutela, convenendo che tale delicatissima azione sociale non può essere devoluta esclusivamente agli uomini. La senatrice Merlin, riferendosi al drammatico commercio della prostituzione clandestina (50mila donne, nel 1948, sottoposte a fermo di polizia per esercizio abusivo del “mestiere più antico del mondo”), sottolinea l’immoralità della legge sulla regolamentazione della prostituzione: è giunto il momento, nel rispetto della Costituzione, di tutelare la dignità umana colpendo duramente lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione.

Le iniziative parlamentari giungono alla Direzione Generale di P.S., che si esprime negativamente sull’istituzione della polizia femminile richiamando le difficoltà di bilancio ma ritenendo, tuttavia, di poter dare una risposta esportando l’esperienza dell’Ufficio Minori di Roma alle maggiori città con ulteriore personale del Ministero della Pubblica Istruzione.

La motivazione del Viminale presumibilmente sottintende pregiudizi di genere e retaggi culturali sulla donna in uniforme.

Contemporaneamente gli house organ della Polizia si aprono al dibattito sulla polizia femminile dando spazio a quei pregiudizi che, a ben vedere, motivano le tesi che il maggiore del Corpo delle Guardie di P.S. Giovan Battista Arista propone nel corso di aggiornamento per funzionari di P.S. nel 1951, riproposto in Rivista di polizia.

L’ufficiale giustifica le resistenze per I ‘istituzione del corpo femminile con motivazioni culturali sulle quali si fonda lo scetticismo dei Paesi mediterranei, nei quali la donna che assume uffici ritenuti di competenza maschile – ancor più se in divisa – non è vista con favore dall’opinione pubblica, ritenendo che le funzioni perdano prestigio, come un «prete senza tonaca». Inoltre, l’accentuato desiderio sessuale e la vivida fantasia erotica del maschio italiano sconsigliano di immettere giovani donne in un organismo totalmente maschile, esposte alle lusinghe di giovani poliziotti, scapoli e accasermati.

La donna è complessivamente ritenuta dal carattere incostante e volubile, d’intelligenza più precoce di quella maschile ma più instabile e circoscritta, con istinto sessuale meno pronunciato e pudore molto sviluppato.

Pesano nel giudizio del Maggiore Arista la provenienza geografia del personale del Corpo (prevalentemente meridionale) e il limitato livello culturale delle vecchie e nuove leve, come anche un’attitudine paternalista a proteggere le donne dall’ambiente del crimine e devianza.

Che le donne conducessero indagini sui crimini sessuali è inconcepibile, se non addirittura pregiudizievole, quando investigazioni e accertamenti coinvolgono autori di reato di sesso maschile. Quand’anche a essere inquisite fossero donne, l’esperienza comprova che queste sono più propense a confessare i loro reati a investigatori uomini perché così pensano le autorità di polizia – le donne mancano dell’equilibrio necessario e si lasciano andare a un’eccessiva ostilità o a un malinteso senso di solidarietà femminile e di esagerata condiscendenza.

Un complesso di giudizi condivisi anche nel Territorio Libero di Trieste dove, nell’immediato Dopoguerra, le autorità alleate hanno istituito una Sezione di polizia femminile della Polizia Civile, la cui attività viene attentamente vagliata nel 1954 dal locale Questore, all’atto della restituzione del territorio alla Repubblica Italiana.

DALLE PROPOSTE Dl LEGGE ALCORPO DI POLIZIA FEMMINILE

Il boom economico segna un’importante tappa di avvicinamento per il dibattito sulla polizia femminile: la forte crescita economica e tecnologica avviata nei primi anni ’50 con la ricostruzione del Paese implica cambiamenti economici e sociali senza pari. In pochi anni il Paese, uscito in rovine dalla guerra, progredito a potenza industriale, introduce nuovi costumi, stili di vita, percezioni e sensibilità superando la prevalente cultura contadina per la modernità industriale. In questo contesto, la Legge 20 febbraio 1958 n. 75 “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, promossa dalla senatrice Lina Merlin, prevede un “Corpo speciale femminile per i servizi del buon costume e della prevenzione della delinquenza minorile e della prostituzione”. La proposta è rilanciata dalla deputata democristiana Maria Pia Dal Canton, e finalmente accolta dalla Legge 7 dicembre 1959 n. 1083 “Costituzione di un Corpo di polizia femminile”, tra il plauso del titolare democri stiano del Viminale Antonio Segni e il Capo della Polizia Giovanni Calcaterra. Il nuovo Corpo è formato da Ispettrici (carriera direttiva: Ispettrice capo; Ispettrice di F’ 2a e 3 a classe; Vice ispettrice) e da Assistenti (carriera di concetto: Assistente superiore di l^ e 2^ classe ; Assistente di 1 a, 2a e Y classe), per un organico iniziale composto da 103 Ispettrici e 450 Assistenti. Possono partecipare al concorso le donne tra i 24 e i 32 anni di età, nubili o vedove. Per l’accesso al Corpo, alle Vice ispettrici è richiesta la laurea in Giurisprudenza o in Scienze politiche (dal 1967 sono accettate anche quelle in Medicina, Scienze economiche, Lettere e filosofia) e il superamento di tre prove scritte – diritto e procedura penale, diritto civile, diritto costituzionale e amministrativo – e una prova orale sulle stesse materie, cui aggiungere diritto internazionale pubblico, diritto del lavoro, nozioni di medicina legale e conoscenza di una lingua straniera. Per le Assistenti è richiesto il Diploma di Scuola superiore e due prove scritte – cultura generale, nozioni di diritto penale e di diritto pubblico – oltre alla prova orale, che verte anch’essa sulle discipline già richiamate e su nozioni di procedura penale, di diritto civile, legislazione in tema di sicurezza pubblica, protezione e assistenza di donne e minori, funzionamento dei tribunali dei minorenni e dei centri di rieducazione per i minori, e sulla conoscenza di una lingua straniera. Nell’ambito delle rispettive funzioni e attribuzioni, alle Ispettrici e alle Assistenti è attribuita la qualifica di Ufficiali di polizia giudiziaria e, rispettivamente Ufficiale e Agente di pubblica sicurezza. Circostanza che crea non pochi malumori poiché alle assistenti, sebbene in possesso di diploma di scuola media superiore, è riconosciuta la qualifica di Agente di P.S. come per i sottufficiali del Corpo, per i quali non è richiesto analogo titolo di studio. Le poliziotte sono impiegate prevalentemente nelle Squadre buon costume delle Questure per l’osservazione e la prevenzione di fenomeni particolarmente riprovevoli quali: accattonaggio minorile, abbandono della formazione scolastica obbligatoria, sfruttamento della prostituzione, tutela del lavoro minorile e femminile. Sono altresì assegnate nelle Sezioni di polizia giudiziaria istituite in ogni Procura della Repubblica.  

GENERE E SERVIZIO: LAMENTELE E PROPOSTE

Le funzioni attribuite al Corpo confermano una divisione di genere del lavoro tra compiti preventivi, demandati principalmente alle poliziotte, e compiti repressivi, esclusivamente maschili, relegando quindi le prime a ruoli secondari e marginali. Un’evidente conseguenza della cultura della differenza tra generi dominante nella Polizia.

Una dinamica contro la quale le poliziotte si organizzano spontaneamente in forme di associazionismo per il miglioramento del servizio e per regolamentare i criteri di definizione di competenze rispetto agli uomini, troppo spesso relegate alla discrezionalità dei Questori.

Per approfondire: Un Corpo dello Stato Liliosa Azara, Viella 2023

Ispettrici e Assistenti danno vita a un vertice nazionale espresso dalle delegazioni regionali che organizzano incontri periodici tra le varie Provincie del rispettivo territorio, per il confronto tra esperienze lavorative al fine di formulare proposte e miglioramenti. Proposte che raggiungono anche il Ministero, quasi sempre senza risultati apprezzabili, tanto che, nel 1965, un gruppo di poliziotte spedisce una lettera anonima alla moglie del ministro degli Interni Paolo Taviani, pregandola di intervenire sul marito per alcune questioni relative al servizio. Una prassi del tutto inusuale e censurabile che, ancora oggi, tratteggia le difficoltà del servizio nonostante l’affiatamento tra donne.

Nella missiva per la moglie del Ministro, le poliziotte, facendo leva sulla solidarietà di genere, rivendicano per le Ispettrici la direzione delle Sezioni della Squadra Mobile del buon costume e dei servizi predisposti per l’assistenza ai minori.

In una successiva missiva per il Viminale, un’ispettrice sottolinea che la specializzazione di settore propria del Corpo è apprezzata negli ambienti giudiziari ma le tante difficoltà del servizio quotidiano distolgono il Corpo femminile dai compiti d’istituto.

Anche parte della stampa specializzata nei minori e nella giustizia si fa carico delle lamentele originate dalla non omogenea ripartizione di competenze e funzioni rispetto agli uomini.

Volendo superare alcune delle criticità più ricorrenti, nei primi anni ’70, prende avvio un esperimento pilota nella Questura di Roma, dove l’Ufficio polizia femminile viene ampliato nell’organico e nei servizi, tra i quali una radio pattuglia con colori d’istituto, con turni di 6 ore ed equipaggio esclusivamente femminile.

Il Questore di Roma, nel 1972, riconosce più autonomia all’Ufficio che, finalmente, è diretto da un’Ispettrice che, in forza dell’autonomia conseguita per disposizione del Questore, redige l’ordine di servizio per tutto il personale, compresi sottufficiali e guardie. Il predominio maschile nella gerarchia è definitivamente superato.

La Polizia femminile si distingue anche nell’assistenza alle popolazioni afflitte da gravi calamità naturali, contribuendo direttamente alle opere di soccorso, come dimostrato dalla concessione della Medaglia di Bronzo al Valor Civile concessa al Corpo.

Il Corpo femminile è soppresso con la Legge n. 121 del 1° aprile 1981 “Nuovo ordinamento dell’Amministrazione della pubblica sicurezza”, e il suo personale confluisce nei ruoli la Polizia di Stato: le Ispettrici, in base all’anzianità di servizio e la qualifica (classe) rivestita, sono immesse nel ruolo commissari e direttivi; le Assistenti nelle qualifiche apicali del ruolo degli Ispettori (Ispettore principale e capo).

La riforma è attuata tra non pochi malumori, in quanto I ‘inquadramento nel ruolo Ispettori non tiene conto del titolo di studio superiore previsto per le Assistenti.

La Polizia di Stato, quindi, con l’equiparazione tra donne e uomini per attribuzioni, funzioni, trattamento economico e progressione in carriera fa proprie le ragioni di Mina Carolina Van Winkle, relegando quel vetusto ostacolo giuridico espressione di genere all’interesse degli storici, alla curiosità del lettore e al ricordo delle dirette protagoniste.

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