CULTURA, IL TESORO DEI POPOLI.

2 Dicembre 2023
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Giuseppe Arnò

Direttore Gazzetta Italo-Brasilana

EDITORIALE DICEMBRE 2023

Oggidì i verbi raccontare e declinare vanno di moda come i pantaloni a sigaretta. V’è da dire, però, che questi ultimi rappresentano un semplice look di ritorno (in auge negli anni ´50 e ´60 e all’inizio del secondo millennio); i primi, invece, un deplorevole pappagallismo diffuso per ogni dove da chi, per il ruolo che svolge, si suppone dovrebbe parlare un buon italiano, esente da psittacismi.

È la moda!

L’attore statunitense George Bancroft era solito affermare: «La moda è la scienza dell’apparenza, che ispira con il desiderio di apparire piuttosto che di essere.» I policy maker, ovvero gli influenzatori e decisori politici, in questa nostra infelice società del consumo postmoderno, non praticano purtroppo l’ars oratoria (l’arte del dire), ma subiscono la dipendenza emotiva della moda utilizzando ostinatamente solo il linguaggio della stessa: il concetto dell’apparenza prevale per l’appunto su quello della sostanza.

In quest’epoca di civiltà inquieta e di modernità «liquida», che tristezza constatare che mentre il futuro tecnologico avanza vertiginosamente, l’alessitimia (analfabetismo emotivo), ossia l’incapacità di riconoscere le proprie emozioni e di gestirle, si radica pericolosamente, rendendoci sempre più robotizzati e disumani.

In altre parole, gli esibizionisti di cui sopra sono moda-dipendenti o, per usare un termine dello stilista americano Oscar de la Renta, “faschion victim” (vittime della moda); termine che identifica tutti coloro che seguono in modo passivo e acritico le mode del momento. Ciò stante, il pensiero omologato e la dipendenza impulsiva della moda, conditi con una buona dose di ignoranza emozionale, fanno sì che i più, i non appartenenti alla Generazione Z (le persone nate dopo il 1997, secondo il centro di studi statunitense Pew Research Center), si sentano disorientati da cotanta dialettica ‘teatrale’ al punto di chiedersi in che mondo si stia vivendo…

Siamo noi che dovremmo cambiare!

Ebbene? Ecco il nostro pensiero: si dovrebbero prendere adeguati provvedimenti per esorcizzare il rischio di sprofondare sempre più in basso; per dare la possibilità ai cittadini di ritrovare se stessi; e per recuperare gli antichi valori. Quei valori che insegnavano le buone pratiche del buon vivere e del ben-essere, aliene dalla logica del consumo selvaggio e del tornaconto, dalla cultura massificante, dal divismo e dalle ostentazioni dello status symbol. Certo è che al momento non possiamo pretendere di più di quello che abbiamo: pochi avanzi di schegge di cultura conseguenti allo sfacelo del sistema-scuola; il mal vezzo di ‘civettare’ per attrarre l’attenzione; e l’ormai metabolizzata omologazione del pensiero.

Caspita, potremmo dire che siamo ben conciati per le feste! Non a caso manca meno di un mese al Natale, se così potremo ancora chiamare la festa più bella dell’anno, e addobbi, ghirlande, panettoni con l’immancabile spumante creeranno l’ambiente adeguato a immergerci nel clima della festività. Ma il guaio è che, passato il santo e passata la festa, le cose non cambieranno; siamo noi che invero dovremmo cambiare, dal momento che a tutt’oggi non esistono le pillole della cultura e dell’arte del saper pensare!

Col tempo, purtroppo, abbiamo rinunciato ai benefici di studiare il greco, il latino, i grandi classici della letteratura e del pensiero filosofico, ormai amori di gioventù e life coach per coloro che, come noi che scriviamo, hanno superato da un po’, secondo la metrologia aristotelica, la maturità dell’anima, e non per altro ci ritroviamo al punto in cui siamo!

Di conseguenza questo preoccupante stato di cose ci porta a sorbirci le castronerie di opinionisti e politici, che talvolta oltraggiano la lingua italiana, altre volte non sanno quello che dicono e sempre più spesso “forzano” persino il diritto con l’ossessione del politicamente corretto.

Col dovuto distacco da ogni tentazione partigiana, proviamo ad esaminare a campione due recenti casi attualmente alla ribalta della cronaca: la riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio e il recente accordo sui migranti siglato con il governo albanese. Senza entrare nel merito delle materie di cui trattasi, dal nostro punto di vista osserviamo che su detti temi gli oppositori manifestano solo critiche, che non offrono opportunità di dialogo, di soluzioni condivise, di punti di vista per crescere e progredire, così per come si conviene in un contesto democratico.

A tal proposito Winston Churchill ebbe a dire che le critiche non sono piacevoli, ma sono necessarie. Senza dubbio. Ma non dimentichiamoci di osservare che se criticare è agevole, fare una critica produttiva è un’arte riservata a pochi. Criticare al solo fine di criticare non può che arrecare detrimento e, ahinoi, questo è l’andazzo dell’ora più che mai discreditata e delegittimata politica nostrana. Tant´è.

C’era una volta l’opposizione

Sì c’era, ma di essa rimane solo il ricordo dei grandi personaggi, colti e politicamente preparati, che la rappresentavano. Ci riferiamo a quell’opposizione costruttiva che portava avanti le proprie battaglie con coscienza e coerenza e soprattutto col proposito di far meglio degli avversari e di vincere le future consultazioni elettorali attraverso i risultati del proprio operato. D’altronde sono sempre state queste le regole di una valida minoranza parlamentare che garantisce il buon funzionamento della democrazia, o no?

In altre parole, quel che vogliamo dire è che nel contesto generale di un’opposizione istituzionalizzata, di certo il maggior successo delle democrazie in Occidente, da tanto tempo a questa parte, la performance politica, purtroppo, è, a dir poco, evanescente. Essa è stata sostituita da manifestazioni di piazza (l’eterno ritorno all’abluzione in piazza come antico rito rivivificante); da slogan antigovernativi (qualunque sia il colore del governo in carica); da fissazioni mentali, realizzate col ripetere frasi ossessivamente a mo´ di tormentoni linguistici irritanti come l’ortica; e infine dall’arte di non proporre, ma di dire ꞋnoꞋ a tutto e a tutti.

Avviene, in sostanza, un continuo protestare il proprio artificioso malcontento senza offrire un cambiamento o la proposizione di un differente indirizzo politico che possa successivamente conquistare la maggioranza dei consensi. Insomma, per non dilungarci, si polemizza su tutto e basta. Si teorizza che questa situazione generale sia la conseguenza di vari fattori, tra i quali lo sfacelo del sistema-scuola nonché il frutto di una raccapricciante impreparazione di certuni politici, che, per un verso o per l’altro, favoriscono, tra le altre cose, l’astensionismo, l’indifferenza e la disaffezione dell’elettore nei confronti dell’intera classe politica. Una classe politica che ha fallito a tutto campo.

La scuola, una Babilonia!

In effetti, la crisi della scuola italiana è da attribuire alle (male)riforme «democratiche» degli anni passati. Con esse lo scopo era quello di creare una nuova scuola «progressista» che desse pari opportunità a chi ne avesse avuto più bisogno, ma l’infima qualità della preparazione, l’indulgenza e il lassismo del nuovo sistema non hanno fatto altro che accentuare la distanza sociale, in una sorta di eterogenesi dei fini (conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali), provocando, difficile a credersi, promozioni a gogò e, cosa più grave sotto il profilo dei valori, la mancanza di opportuni criteri di valutazione del voto di condotta, nonché la ‘tolleranza’ del senso di impertinenza di certi alunni verso gli insegnanti.

Non a caso Vanessa Roghi, storica e ricercatrice indipendente, afferma che la scuola del passato era seria e preparava per bene, oggi, invece, gli insegnanti sono permissivi e promuovono tutti, con il risultato che non si impara più niente.  

La filosofia, questa sconosciuta

La filosofia è quella materia che, seppur tediosa, importuna e astratta, studiavamo negli anni liceali affinché apprendessimo a pensare con la nostra testa, e per tal motivo l’insegnamento della stessa dovrebbe estendersi anche agli istituti tecnici e alle facoltà scientifiche, in quanto aiuta i discenti a crescere in modo etico e razionale. Oggi, invece, si pensa con la testa altrui: i politici e, ancor più su, i signori dell’alta finanza tentano di asservire il cervello dei cittadini ai propri interessi; e rari sono coloro che riescono ad uscire dal gregge e sfuggire all’omologazione, al pensiero unico.

«La filosofia, osserva Peter Sloterdijk, professore emerito di Filosofia ed Estetica alla Staatliche Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, parla la lingua degli dei. Ma se si lega alla politica diventa ideologia… si passa alla melma delle ideologie». Noi aggiungeremmo che se si lega alla finanza ideologizza il dubitoso concetto «il denaro non dorme mai».

La disciplina filosofica dunque deve rimanere attività di pensiero completamente libera e feconda; materia fondamentale nell’insegnamento scolastico e disciplina indispensabile per l’acquisizione della capacità di problem solving. Non casualmente essa ci insegna ad analizzare, ragionare e generare idee per risolvere un problema con la nostra testa.

Ma il guaio è che ai giorni nostri purtroppo nessuno ragiona più. Questo… caspita… ci lascia inebetiti!

In realtà, il problema è che ormai siamo così tanto omologati e per ciò abituati a credere solo ai c.d. esperti, ai professionisti dell’ospitata in TV, agli influenzatori, agli specialisti, ai ciarlatani, alla demagogia della malapolitica, che non riusciamo più a pensare con la nostra testa. A questo punto, molta gente si potrebbe chiedere: «Oddio, sarà che abbiamo perso la testa?» Peggio ancora: si dice che per perdere la testa bisogna averne una e che se non la si usa per pensare e come se non l’avessimo.

La via di fuga

Stando così le cose, ci sarebbe un via di fuga da questo ꞋAlcatraz mentaleꞋ in cui saremo condannati a vivere? Certamente sì! La storia e la scuola ci potranno salvare: la prima per l’innegabile funzione ammaestratrice: «Historia magistra vitae»Cicerone; la seconda perché nell’educazione, nell’accezione più ampia del termine, sta il seme di una civiltà sana, ancorché vadano cambiati le regole, le politiche e il «licenzioso» sistema scolastico. Solo così facendo, una scuola che forma e informa correttamente, severa ma giusta, potrà essere la chiave per un futuro migliore.

Meriteremo dunque questo upgrade migliorativo? Solo se ci affrancheremo dal plagio psicologico (pardon, la figura giuridica del plagio non esiste più dal 1981) o, più esattamente, dalla violenza privata esercitata nei nostri confronti dal sistema globale e torneremo finalmente a pensare con la nostra testa e non più con quella altrui!

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