“OLTRE IL MURO DI BERLINO……. ’’

6 ottobre 2020
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Gennaio 2020

(Gen. D. c.a. Luigi Di Biase)

 Molti parlano di pace mentre pensano alla guerra,

chi è stato soldato parla della guerra perché vuole la pace.

 PREMESSA

Il muroTrenta anni fa, quando cadde il Muro di Berlino, la comunità internazionale, almeno quella occidentale, tirò un sospiro di sollievo e sognò orizzonti politici più sereni.

La guerra fredda era finita anche se la pace non era stata firmata e non poteva essere diversamente perché neanche la guerra fredda era stata dichiarata, almeno formalmente.

La Cortina di Ferro non esisteva più, le democrazie occidentali avevano vinto sul totalitarismo orientale, più sul piano economico che su quello politico.

Era il 1989, subito dopo la Germania si riunì, l’impero sovietico si avviò verso la sua fine, mentre l’Europa e la NATO iniziarono ad espandersi verso est e nei Balcani con il rischio di ‘’ricreare’’ quella pericolosa contrapposizione tra est ed ovest, già sperimentata durante la guerra fredda.

Il bipolarismo, che aveva visto la coagulazione dei centri decisionali intorno a Washinton e intorno a Mosca (“sistema Yalta”), era finito con la guerra fredda e non esistevano le condizioni per riproporlo.

Con la fine del bipolarismo era finita anche la funzione degli ‘’Stati cuscinetto’’ ed i Paesi non allineati, come la ex Jugoslavia, entrarono in crisi.

Negli anni 90 si affermò l’egemonia indiscussa degli USA, sostenuti anche dalla NATO.

L’attacco terroristico alle Torri Gemelli del 2001, mise in discussione la inviolabilità degli Stati Uniti e la loro egemonia nel mondo unipolare, segnando così l’inizio del mondo multipolare di oggi che non ha ancora trovato una sua precisa connotazione.

In questo mondo multipolare il sogno di una Europa “libera e unita”, nato a Ventotene nel 1941, mortificato dal nazifascismo, risorto dalle rovine del Muro di Berlino, rischia di diventare una illusione mentre dovrebbe essere una realtà per consentire all’Unione Europea di avere un qualche peso nella scena mondiale.

 IL MURO DI BERLINO

Il muro di Berlino fu costruito nel 1961 per impedire la fuga verso il settore ovest dei cittadini che abitavano nel settore est.

Pe emigrare in occidente bastava entrare a Berlino ovest che era diventata “una vetrina” del modello capitalista occidentale.

Lungo quasi 150 km, il muro circondava letteralmente Berlino ovest che costituiva una enclave occidentale all’interno della Repubblica Democratica.

Berlino ovest era collegato alla RFG da strade e ferrovie controllate dalla DDR.

Fino al 1989 fu il simbolo concreto della Guerra Fredda che aveva contrapposto i Paesi della NATO ai Paesi del Patto di Varsavia, lungo la Cortina di Ferro che dal Baltico si estendeva fino al Mar Nero.

Oggi il muro di Berlino, o meglio quello che resta di quel muro, costituisce una delle principali attrazioni turistiche della città.

Con due Euro è possibile farsi fotografare davanti al “check point charlie” tra due comparse in uniforme dell’esercito USA una e dell’esercito russo l’altra. Con un Euro in più si può calzare un berretto militare in uso in quegli eserciti all’epoca della guerra fredda.

Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il posto di controllo “charlie” era stato l’unico punto di transito tra Berlino Ovest e Berlino est per diplomatici, personale militare e cittadini stranieri.

 LA DIVISIONE DELL’EUROPA    

A Yalta, nel febbraio del 1945, i vincitori della 2^ Guerra Mondiale avevano diviso l’Europa in due blocchi: il blocco occidentale, diviso in tre settori, sotto il controllo degli USA, della Gran Bretagna e della Francia, il blocco orientale sotto il controllo dell’Unione Sovietica.

Anche la Germania fu divisa in due: la Repubblica Democratica Tedesca (capitale Berlino) ad est sotto l’influenza dell’URSS e la Repubblica Federale Tedesca (capitale Bonn) ad ovest, divisa in tre zone, sotto il controllo degli USA, Gran Bretagna e Francia.

La città di Berlino, in pieno settore sovietico, fu a sua volta divisa in zone di influenza.

La divisione dell’Europa decisa a Yalta rafforza la convinzione che nei trattati di pace si creano le premesse per la guerra successiva e che “organizzare la pace è forse più difficile che vincere la guerra”.

L’attuale divisione della Bosnia-Erzegovina, imposta dal trattato di pace di Dayton, sembra esserne la prova.

 LA GUERRA FREDDA

Quella divisione dell’Europa mette l’uno contro l’altro due blocchi di Paesi retti da sistemi economici, politici e ideologici alternativi ed inconciliabili che, scomparso il nemico comune, vedono ora l’uno nell’altro una minaccia alla propria esistenza.

I due blocchi contrapposti sono costretti ad una “Guerra Fredda” perché uno ‘’Scontro Caldo”, inevitabilmente nucleare, segnerebbe la fine di entrambi.

 Da Ufficiale di Stato Maggiore in servizio presso il Comando della Forza Mobile della Nato (AMF-L) ad Heidelberg in Germania, dal 1978 al 1981, ho vissuto il “clima caldo” della Guerra Fredda che indicava come ostile tutto ciò che era al di là della Cortina di Ferro.

Al manifestarsi di una qualsiasi minaccia alla integrità territoriale di uno dei Paesi Nato, il Comando ed i reparti multinazionali che costituivano la Forza Mobile, dovevano essere pronti a schierarsi in 48 ore nelle aree di crisi, lungo la Cortina di Ferro, per dimostrare la solidarietà della Nato nei confronti del Paese minacciato dal Patto di Varsavia (art. 5 dello statuto nato).

 LA FINE DELLA GUERRA FREDDA

Nel 1989 l’Europa festeggia la caduta del Muro di Berlino e, nel 1990, i tedeschi esultano per la riunificazione della Germania nonostante le perplessità di alcuni Paesi alleati.

Celebre è la frase di Andreotti: ‘’la Germania mi piace tanto che ne preferisco due’’.

La riunificazione tedesca segna la fine della Guerra Fredda e la caduta della Cortina di Ferro, ma non la fine del confronto tra est ed ovest, che ancora oggi continua anche se con intensità e forme diverse.

I sogni e le speranze nate dalle rovine del Muro di Berlino sono state fugate dai conflitti successivi.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo, la guerra in Jugoslavia degli anni 90, l’attacco alle Torri Gemelli dell’11 settembre del 2011 e le guerre ancora in atto nello Yemen, in Siria e in Libia, e non solo queste, indicano la preoccupante frantumazione delle relazioni internazionali in un mondo ormai globalizzato e multipolare sempre più condizionato da “potenze regionali”.

Oltre agli USA, altre potenze globali quali la Cina, la Russia e l’India giocano ruoli di primo piano nella scena politica mondiale, in conflitto tra di loro e con potenze regionali sempre più “irrequiete”.

 I NUOVI CONFLITTI

I nuovi conflitti, più che alla conquista di spazi territoriali, sono diretti allo scardinamento dell’apparato politico, sociale ed economico dello Stato considerato ostile e alla conquista della supremazia politica ed economica.

Al concetto di guerra tradizionale, è stato affiancato il concetto di guerra “asimmetrica” a bassa intensità e/o guerra ibrida che assume denominazioni diverse in relazione ai mezzi impiegati e agli obiettivi perseguiti: guerra etnica, guerra mediatica, guerra commerciale, guerra cibernetica, guerra per procura, guerra preventiva e così via.

Nel conflitto Jugoslavo, non trovando valide giustificazioni nel diritto internazionale si sono rispolverati i termini di guerra umanitaria e guerra giusta, dimenticando che la guerra non è né giusta, né umanitaria, è sempre l’imposizione violenta della volontà del più forte sul più debole, con buona pace del diritto internazionale.

 LE FORME PARTICOLARI DI LOTTA

La cosiddetta Guerra Asimmetrica, quasi sempre non dichiarata formalmente, si sviluppa attraverso forme particolari di lotta quali il terrorismo, la guerriglia, l’attentato, il sabotaggio, l’attacco informatico, la disinformazione, lo spionaggio, la eliminazione fisica di avversari scomodi, tanto per citarne qualcuna.

Nessun Paese è al riparo da queste forme di lotta, diventate sempre più diffuse ed imprevedibili.

Il campo di battaglia coinvolge sempre di più il contesto civile e sempre meno quello militare.

 COMBATTENTI NON MILITARI (CONTRACTORS)

In questi ultimi tempi, molti Paesi e organizzazioni non statali impiegano personale non militare (“contractors” – mercenari) per condurre azioni particolari di lotta, per fornire consulenza militare e/o per garantire la sicurezza di proprie strutture.

Le ‘’Agenzie Private di Consulenza Militare’’ che forniscono “combattenti interinali” (mercenari o “contractors”) sono in continua crescita in tutto il mondo.

In Italia i mercenari sono al momento fuorilegge, ma da qualche parte se ne sollecita la regolamentazione visto l’enorme “business” che ruota intorno a loro.

Anche i droni (aerei senza pilota) sono entrati a far parte degli arsenali militari di molti Paesi.

Usati per la sorveglianza di punti sensibili, per la raccolta di informazioni, per attacchi mirati e, anche, per la eliminazione fisica di personaggi ritenuti pericolosi (caso del gen. Iraniano Soleimani) sono diventati uno dei principali mezzi della guerra moderna e forse saranno il futuro di una guerra globale.

 L’UNIONE EUROPEA

Dopo la caduta del Muro di Berlino è cambiata sia la natura dei conflitti, sia l’assetto geopolitico dell’Europa e del mondo.

Molte mappe sono state ridisegnate, ma l’Unione Europea è ancora lontana dal realizzare il sogno federale sorto, o meglio risorto, dalla rovine di quel muro, abbattuto non dal tritolo, ma dalla forza delle idee.

Sono tanti i problemi che oggi agitano l’Unione Europea.

Le istituzioni comunitarie, le cui principali decisioni sono condizionate dal principio del “consenso unanime” e quindi dal “diritto di veto” di ognuno dei 27 Paesi membri che sembrano immobili di fronte alle istanze di cambiamento avanzate da più direzioni ed incapaci di tracciare una linea politica condivisa da tutti i suoi membri.

L’uscita della Gran Bretagna, il risorgere dei nazionalismi, la crisi economica, le istanze di indipendenza di alcune minoranze e la diffusa tendenza ad addossare ad altri la colpa dei propri guai richiamano alla mente la situazione da cui prese l’avvio la disgregazione della vicina Jugoslavia, tanto che qualcuno agita il pericolo di una “balcanizzazione” dell’Europa.

A me piace pensare che l’Unione Europea, grazie alla cultura, ai valori e agli ideali che sono alla base della sua civiltà, non si avvierà mai verso il disastro della sua fine così come è avvenuto nella ex Jugoslavia, della cui fine sono stato “testimone oculare” quale Addetto Militare a Belgrado negli anni più cruenti di quella guerra che ha portato alla dissoluzione della RFSJ (1991- 95).

E’ auspicabile che i 28 Paesi dell’Unione Europea trovino la capacità e la forza di dare una risposta politica alla miopia e all’opportunismo di quanti chiedono di uscirne e diano all’Unione gli strumenti per proseguire verso un vera integrazione politica, economica e militare.

Una integrazione militare per la difesa europea appare oggi quanto mai opportuna, anzi necessaria, visto i venti di crisi che soffiano anche all’interno della NATO a 70 anni dalla sua nascita.

 LA NATO

I profondi cambiamenti geopolitici avvenuti in Europa, a partire dal 1989, hanno radicalmente cambiato il quadro strategico in cui la NATO aveva cercato di conseguire i propri obiettivi di sicurezza.

La minaccia non più correlata ad uno scenario ben definito e, fino alla caduta del muro di Berlino localizzata lungo la Cortina di Ferro, è diventata imprevedibile e multiforme.

Il contesto geopolitico internazionale in continua evoluzione e la incertezza della possibile minaccia legata alle forme particolari di lotta hanno indotto la NATO a rivedere lo scenario operativo entro il quale muoversi e, nel 1991, ad elaborare un “nuovo concetto strategico”, successivamente aggiornato con il mutare della situazione geopolitica.

L’attuale concetto strategico della NATO associa alla difesa della integrità territoriale il concetto più ampio della sicurezza dei Paesi membri.

Esso prevede che anche i conflitti e le situazioni di crisi fuori dall’alleanza atlantica e le nuove forme di minaccia riguardano direttamente la sicurezza degli stati membri.

Viene così codificata la proiezione delle missioni NATO anche fuori dal territorio dei Paesi membri, superando così il vecchio statuto che prevedeva interventi solo all’interno dello spazio NATO.

Ed è alla luce di questo principio che la NATO è intervenuta nel 1999 in Kosovo senza la ‘’preventiva autorizzazione” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Dalla sua costituzione nel 1949, la NATO ha registrato un progressivo allargamento verso est e sud-est, inglobando Paesi dell’ex Blocco Sovietico e della ex Jugoslavia.

Oggi sono 29 i Paesi che aderiscono alla Nato, “domani”, saranno 30 con l’ingresso della Macedonia del Nord nell’alleanza.

LE NOSTRE FORZE ARMATE

Alla luce dei nuovi scenari operativi sono stati ridefiniti anche i compiti delle nostre Forze Armate.

Oltre agli interventi per evitare la proliferazione e l’impiego delle armi e dei mezzi di distruzione di massa, il Paese assegna alle Forze Armate i seguenti compiti:

  • Difesa della integrità territoriale da ogni possibile minaccia;
  • Salvaguardia degli interessi vitali e/o strategici del Paese anche attraverso la partecipazione alla difesa collettiva della NATO;
  • Contributo alla gestione delle crisi internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite;
  • Concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni;
  • Interventi in caso di pubbliche calamità ed in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza.

Alla luce dei nuovi compiti le Forze Armate hanno subito profonde trasformazioni, dovendosi adeguare ai nuovi criteri di impiego.

Le nuove ipotesi operative, più che su scenari di guerra ad alta intensità sono incentrate sulle forme particolari di lotta attraverso le quali si sviluppa la moderna guerra asimmetrica, molto spesso non dichiarata.

Gli organici sono stati adeguati alla necessità di disporre di Unità flessibili, altamente specializzate, multiruolo e prontamente proiettabili in ogni angolo del mondo.

Oggi le nostre Forze Armate impiegano circa 6.500 militari in missioni all’estero, per un costo complessivo di oltre 1 miliardo all’anno.

Rivolgo loro un pensiero riconoscente.

 CONCLUSIONI

A 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della Guerra Fredda il mondo è cambiato, ma non ha ancora trovato un assetto stabile e definitivo, e forse non lo troverà mai.

Avendo vestito l’uniforme durante e dopo la Guerra Fredda, sono stato testimone dei principali avvenimenti geopolitici che hanno determinato quei cambiamenti.

Raccontarli è stato per me un tuffo nel passato. Di quel passato ho dimenticato le preoccupazioni e i disagi, ora ho solo nostalgia dei Paesi che ho conosciuto e delle persone che ho incontrato.

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