Gianna Costa: le ceneri e la rinascita. Appunti sulla raccolta poetica “Come l’Araba Fenice”.

5 maggio 2020
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di Cinzia Baldazzi (*)

Gianna Costa Come l’Araba Fenice Edizioni Adfgraf, Verona, 2019

Gianna Costa
Come l’Araba Fenice
Edizioni Adfgraf, Verona, 2019

Attuale, urgente, inaspettato, il tema della “rinascita” rappresenta, nella poetica di Gianna Costa, l’indice vasto e penetrante dell’aura di ispirazione:

Sceglierò un grande albero

dove nascondermi

fino alla rinascita.

Depurerò l’organismo,

rilasserò le membra e lo spirito,

mi cullerò nell’amore.

Riaccenderò le stelle

dentro di me una per una,

fino a ricostruire la costellazione

del mio cuore ferito.

[L’Araba Fenice]

Nell’introduzione a Come l’Araba Fenice, Giuseppe Reversi esemplifica:

Dopo un periodo doloroso, Gianna ha trovato la forza di risorgere e gridare il suo entusiasmo per la vita, per l’incanto del creato, per la gioia intensa e profonda di credere ancora all’amore.

Nella raccolta di Gianna Costa, quindi, si sviluppa una immediata contiguità tra la storia personale dell’autrice e il contesto sociale nel quale gran parte del mondo è oggi costretto a vivere, in una sorta di ineffabile epifania, sul piano privato, delle speranze di rinascita (oggi diremmo di “ripartenza”) legate invece alla sorte della collettività. I versi si inoltrano inizialmente nella galassia del mito, di quelle storie leggendarie dove, precisa Umberto Galimberti, «le cose sono usate per dire il vissuto dell’uomo», o meglio, vengono descritte «per come sono vissute da chi le narra».

«Sceglierò un grande albero / dove nascondermi» esemplifica il risolversi del mondo interiore soggettivo nel suo ampliarsi all’esterno, mentre «ricostruire la costellazione / del mio cuore ferito» attesta la proiezione e la reificazione della realtà psichica del soggetto nelle forme di potenze divine o naturali.

I fenomeni vengono concretizzati attraverso una manipolazione mirata ad opera dell’individuo:

 Nella mia mente

coltivo un pensiero,

lo plasmo nel cuore

fino a renderlo degno di me.

[Lontano lo sguardo]

In greco, il verbo “produrre” coincide con ποιέω (poièo), dal quale il termine ποίησις (pòiesis). La poesia di cui si alimenta la mitologia, conclude Galimberti, «è una produzione di significati che non lascia parlare le cose come sono, ma impone alle cose il parlare dell’uomo». L’insieme che ne emerge, comunque, non equivale a costringere le idee, le fonti ispirative; implica, al contrario, una collaborazione feconda tra essere e divenire, reale e immaginario:

Ancora una volta

sulla riva del fiume

guardo scorrere

scura e impetuosa

la sua acqua silenziosa.

Sotto l’arco

dello scaligero ponte

corre e va,

portando con sé

il mio pensiero per te.

[Guardo il fiume]

L’altra grande istanza di Come l’Araba Fenice – oppositiva al mythos – è il logos, la parola originaria, dove «le cose sono lasciate essere così come sono», anzi, prosegue Galimberti, «a dire non è l’uomo, sono le cose stesse che, nella loro esposizione, si dicono come si danno». Gli elementi giacciono nel loro esporsi, e così illustrati si offrono alla presenza:

Mi sento in gabbia

ho voglia di evadere

rompere il sigillo

camminare sulla sabbia.

Lasciare che il mare cancelli

un’impronta frettolosa

che raggiunge la scogliera

dove l’onda è fragorosa.

Va lontano il pensiero

come un marinaio

al largo nell’oceano

sulla rotta del ritorno

sopra un veliero.

[Evasione]

In un ulteriore componimento, la Costa torna a sedersi sulla riva del fiume per lasciar correre la mente: atteggiamento solo in apparenza contemplativo, in quanto presuppone un movimento reciproco tra l’essere e il poter essere:

Adagia,

sul greto del fiume,

i cattivi pensieri.

Guarda

l’acqua che scorre

e affidali a lei.

[Scacciapensieri]

Di pagina in pagina, la luce del mito torna a illuminare l’intera antologia. Nelle narrazioni dell’antica Grecia, l’Araba Fenice, in forma di uccello rapace, è una creatura mitologica capace di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte nel fuoco. Nella versione egizia, con le sembianze di un airone, non risorge dalle fiamme, bensì dalle acque. Più che il potere taumaturgico dell’acqua, elemento di palingenesi (ai nostri giorni vissuta in quanto simbolica purificazione dal male epidemico), la Costa enfatizza l’aspetto di “eterno ritorno”, particolarmente affascinante ed enigmatico nel moto ondoso:

S’avvicina alla riva

su bianca

finissima rena

dove s’infrange leggera

rumoreggiando appena.

[…]

Poi rientra verso il mare,

libera finalmente

di ripetersi

continuamente.

[Onda]

Nella filosofia indiana moderna, la natura e l’uomo vivono una delle infinite esistenze destinate a ripetersi, senza riuscire tuttavia a intuirne l’ultima tappa, in quel risorgere e morire di nuovo indicato con il termine samasara. In un simile apparato speculativo, il divenire corrisponde a un’illusione provvisoria cui è dato il nome di Maja: per Galimberti, «sollevare il velo di Maja significa rendersi conto che a conferire realtà alla molteplicità e al divenire è solo l’ignoranza del principio unitario in cui molteplicità e divenire si dissolvono». Ad evitare l’iterazione infruttuosa degli elementi, la nostra autrice deciderà di togliere il «velo» che ricopre il «pensiero nascosto»: perderà «il senso del tempo», ma conserverà la preziosa facoltà della «memoria».

Il nesso inestricabile di mito e lavoro razionale percorre l’intera silloge Come l’Araba Fenice, sciogliendo il nodo ora in una direzione ora nell’altra.

Nel capitolo intitolato “Dentro il tempo e le stagioni” a dominare è la φύσις, la Natura: secondo i presocratici, realtà prima e fondamentale, principio e causa di tutte le cose. Lo sguardo poetico è rivolto alla pioggia e al grano, ai fili d’erba e alle nuvole, alle rose e ai tramonti, alla neve e agli alberi: affiora qua e là il senso perpetuo della temporalità e la combinazione degli elementi primigeni, così ben sistematizzato dallo spirito della filosofia antica nata nelle colonie greche dell’Asia Minore con Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, attualizzato però dall’atmosfera complessiva del presente.

Il movimento dell’aria, àmbito naturale dell’uomo, delle sue esperienze, esplode in Giocare col vento, Cuore gioioso, Altra dimensione, per essere collegato alla vita interiore in altri due brani:

Un soffio,

un alito di vento

sento passare

dalle imposte

appena socchiuse.

[Esplosione]

Mi lascio trasportare

sull’onda della brezza mattutina

come un sogno da raccogliere

e tenere stretto tra le mani.

[Brezza mattutina]

Avanza l’input generativo dell’acqua e della “natura umida”, ribadito nei frammenti di Talete così come li riferisce un passo aristotelico della Metafisica:

Tutti i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide.

In questa sezione del libro della Costa, la sostanza primordiale rivive nell’acqua «tepida» (Riflessi d’autunno sul lago), «salmastra» (Cristalli d’amore), «fresca» e «cristallina» (Anima in pena), «pura» (Luce), «silenziosa» (Guardo il fiume).

Anassimene, amico di Talete, anticipava i processi della chimica. I suoi ragionamenti sono stati tramandati da Simplicio:

L’aria si differenzia nelle varie sostanze a seconda del grado di rarefazione e di condensazione: e così, dilatandosi, dà origine al vento e poi alla nube; a un grado maggiore di densità forma l’acqua, poi la terra e quindi le pietre; le altre cose derivano poi, da questa.

Il crescendo ambientale e terrestre in tal modo delineato assume nella Costa un carattere antropomorfo:

L’erba appena tagliata

lascia nell’aria

un aroma pungente

leggero come nuvola

che inonda il prato

giocando in girotondo.

[…]

Nelle narici dilatate

penetrano insieme

fragranze e aromi inebrianti

che ci riportano a gustare

gli antichi sapori

della terra madre.

[Odore d’erba]

Nella sezione “Noi donne”, con la mutazione del bruco in farfalla e quindi in donna, il taglio antropomorfico è ancora più precisato:

Poi, all’improvviso

inavvertitamente

prendo il volo della vita

in un cielo dall’azzurro più intenso.

Mi libro nell’aria sospinta dal vento

e mi riposo sul profumo dei fiori

già in attesa

di confondersi con me

per formare il tutt’uno di un’anima.

[Metamorfosi]

Quasi il «tutt’uno di un’anima» di sapore eracliteo, dove da ogni cosa discende l’Uno, provenendo l’Uno proprio da esse.

Nel capitolo intitolato “Spiritualità” prevalgono, invece, la figura angelica, il tono elegiaco, l’atmosfera onirica:

Mi appare un angelo,

in sogno.

Evanescente mescolio

di suoni e colori,

onde in movimento

simile a un fruscio.

[Apparizione soave]

L’anima che è in noi

vede miraggi soffusi

sospesi tra tempo e spazio

e respira il nostro respiro.

[Miraggi soffusi]

La parte di chiusura, “Con amore”, pur densa di apparato romantico, in uno scambio continuo tra la vicinanza fisica dell’amato (Tra presente e passato) e la sua assenza (Pomeriggio), mantiene saldo il legame con la riflessione e l’anima filosofica:

Mi siedo

su uno spuntone di roccia

e spingo lo sguardo

oltre tutto ciò

che non posso vedere,

che non voglio vedere.

Senza capire

che l’ho già dentro di me.

[Cristalli d’amore]

L’unitarietà dell’Io è la vera conquista delle poesie di Gianna Costa, nutrite e alimentate di un pensiero destinato a conoscere una ciclicità ininterrotta, un perenne alternarsi di vittorie e disfatte. E il procedimento, a distanza di oltre duemilacinquecento anni, non sembra essere cambiato, a partire dalla saggezza di Empedocle il quale presupponeva due forze motrici, insite nel κόσμος, che – alternandosi tra loro – contrapponevano e allo stesso tempo tenevano congiunti gli elementi: da un lato Amicizia-Eros, dall’altro Odio-Discordia.

Nella sua antologia, completata circa un anno fa, Gianna Costa ha scritto parole epifaniche e anticipatrici della complessa situazione odierna, individuando in alcuni precisi movimenti dell’anima una possibile via d’uscita:

dimentichi di un passato

incerti di un futuro

consapevoli

solo di un presente

che appartiene

esclusivamente a noi

[Tra presente e passato]

Nelle epoche remote, la mitica Araba Fenice, dopo la periodica inondazione del Nilo, si manifestava in una sorta di Osiride rinato, prima ed eterna invincibile forma di vita, prevalendo sul caos. Ed è in quest’aura, insieme alla nostra Autrice e alla sua poesia, che vorremmo permanere.

Gianna Costa

Come l’Araba Fenice

Verona, Edizioni Adfgraf, 2019

  1. 120, € 14,00

con interventi di

Gianmichele Bianco

Giuseppe Reversi

Antonio Lella

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.

Gianna Costa è nata nel comune di Sona (VR) e vive a Villafranca di Verona. Arrivata al pensionamento ha deciso di realizzare il suo sogno nel cassetto: cimentarsi nella scrittura. Nel 2011 esordisce con Africa dolce amara (Enter edizioni), in cui descrive il suo soggiorno presso una missione Comboniana in Uganda nel 1997. Del 2012 è la raccolta di poesie Sussurri nel vento (Book Sprint edizioni). Su questo libro realizza nel novembre 2015 un’intervista (ora su Youtube) presso la Biblioteca Nazionale di Roma. Nel 2014 è presente, con altri cinque poeti italiani, nell’antologia Semplicemente amore (Aletti Editore), pubblicando quindici componimenti. L’ultima sua silloge poetica è Come l’Araba Fenice (Adfgraf edizioni) del 2019. Nel frattempo partecipa a numerosi concorsi, sia di prosa che di poesia, dove si afferma con riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. Si esprime maggiormente in lingua, ma scrive anche nel vernacolo della sua zona di Verona. Da qualche anno collabora con l’Assessorato alla Cultura di Sona, organizzando e presentando nuovi autori ed eventi di poesia e prosa con intermezzi musicali.

Cinzia Baldazzi

Cinzia Baldazzi

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