“Tra Teodicea e Manicheismo? Lettura Personalissima del Libro di Umberto Dante – Via Cascina, n. 20”

19 dicembre 2019
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GiobbeL’AQUILA, mercoledì 13 novembre 2019, nell’anno del decennale, è stato ricordato il terremoto del 6 aprile 2009, presso i locali del “Circolo Aquilano”. in via Panfilo Tedeschi 1.

L’Evento, organizzato dell’Associazione Nazionale Ufficiali Provenienti dal Servizio Attivo (ANUPSA) – Gruppo dell’Aquila, ha avuto per oggetto la presentazione del Libro di Umberto Dante: Via Cascina 20. L’Aquila, trenta ore di sisma: un diario. Edizioni Carabba.

SECONDA PARTE: intervento del Prof. Enrico Cavalli

Nel pomeriggio del 13 novembre c.a., sono stato chiamato a fare da Relatore, alla sala riunioni del “Circolo Aquilano”, per la presentazione dell’ultima fatica libraria dell’accademico UNIVAQ., Umberto Dante, “Via Cascina, n.20”, uscito nel 2017, per la collana della prestigiosa stamperia frentana “Marino Solfanelli”.

Ad animare il momento culturale, a parte ovvia presenza dell’amico Autore (lettore applaudito di brani significativi del suo lavoro), anche come Relatore il dott. Giuseppe Lalli, insigne studioso di filosofia crociana, il generale Raffaele Suffoletta, direttore di “Vox Militiae” in veste di moderatore.

Assai folto e partecipativo l’uditorio, per questa ulteriore riflessione su di un’opera, dalla indubbia fortuna editoriale, per il tema dal sicuro impatto emotivo, trattandosi della personale esperienza del professor Dante all’atto del sisma avvenuto alle h. 3.32 del 6 aprile 2009, nell’aquilano.

In 70 chiare pagine e dense, si riassumono i contorni del dramma collettivo, come è stato, intanto, per le 309 vittime innocenti e loro familiari, un “indicibile” (prendo a prestito, una mia definizione apparsa su miei lavori precedenti, non in tema) che l’Autore descrive con la lucidità di un Albert Camus in “La Peste” (1949), non senza accenni al F. Marie Arouet ”Voltaire” commentatore dello “tsunami” di Lisbona nel 1755.

Preliminare al discorso che segue, il doveroso rispetto di ogni sentimento in argomento, tenendosi ben a mente che c’è chi dieci anni fa ha perso molto di più della stessa casa lesionata o distrutta, occupazione, senso di appartenenza ecc..

C’è l’esigenza della stessa ricostruzione fisica e sociale, che però,  non può sganciarsi dalla domanda di senso sul “6 aprile 2009” ed il 1°’ storico aquilano che vi si cimenta è Umberto Dante (fautore sull’evento di un numero della rivista”Abruzzo Contemporaneo”, 2010) e che in sua consueta psicologia descrittiva e privo di tecnicismi geologici rispetto ad altri lavori, orbene, va accomunato all’antesignano cronachista municipale, Buccio Da Ranallo, cui si deve la prima descrizione di una devastante scossa tellurica sulla città, quella del 1315, perciò, “Via Cascina, n.20”, è una storia civica che unisce, ci dice il recensore ufficiale dell’opera, il docente UNIVAQ., Valerio Petrarca: “i terremotati odierni aquilani a quelli dei secoli passati”.

Giobbe (2)Il titolo e la narrazione degli accadimenti nel Libro, mi pare vogliano dire, già in quelle ore, della necessità di mantenere forme, magari, simboliche, di “direzionalità” nel centro storico per la cittadinanza, come al sisma del 1703, del resto, l’abitazione di Dante fa da “Protezione Civile” (molti lo han fatto ed eroicamente in quei frangenti…!); inoltre, in quell’itinerario da un luogo e dall’altro del disastro in svolgimento (”dagli atrii muscosi, dai fori cadenti”, Alessandro Manzoni, Adelchi, Coro dell’Atto III) e carico di smarrimento generale (che l’Autore contempla con suo figlio, il professor Emiliano, e, ci si consenta, il frangente, quasi, fa sovvenire altro momento letterario, il virgiliano episodio del padre Anchise e figlio Enea, dinanzi alla caduta di Ilio per la devastazione Achea), c’è la ricerca di risposte umane che non possono giungere immediate dai centri del potere diruti, siano essi centrali che periferici. Allora, si deve andare oltre l’accaduto, alla “Metafisica”, una tensione, corretta, ovvero, bisogna, dapprima “abitare” la realtà per coglierne la essenza ultima.

Ad insegnarlo su tutti ed a tutti, Aristotele di Stagira nel III a.C., che studiando la materia non trovò in essa le sue cause, ma nel Trascendente, la qualcosa ripresa dal Tomismo, solo che la Religiosità (che è Trascendente!), tanto sorvolata nel Libro in esame, al di là della sosta formale dell’Autore, sulle rovine della aquilana Chiesa delle Anime  Sante (dedicata alle vittime innocenti del sisma del 1703),  impone subitanee domande al Nostro, non avente mezze misure nell’accostare la “sua” Metafisica al “Male” che è  il sisma distruttivo che quasi si “diverte” ad eliminare il “Bene” dalla scena.
Già evidente il “leit motiv” alle battute iniziali del Libro ( pag. 15: “il Governatore Luciano D’Alfonso prega fino all’estremo…”), insomma,  sembra secondo un approccio scientista, che sia l’empirio-criticismo a fugare i suoi dubbi sulla esistenza di Dio (ci sarebbero le vie razionali in argomento, con buona pace di Immanuel Kant che pure cade nella Metafisica delle proprie categorie trascendentali e di Ludwig Feuerbach e…compagni, atteso che il ”Deus ex machina” può esserci pur se l’uomo se lo sia inventato!), però, perché la razionalità non porta mai se non a dire, a pensare che se si fosse costruito “a regola d’arte” (pag.48:“il palazzo fascista è in piedi”, pure, altri dalle fondamenta”democratiche, certo!), magari, non agiva il “Male”, semmai, esso albergava già nella definizione urbanistica, cioè, nell’apprestamento di leggi ed applicazioni di queste lunghissime e capziosissime: chissà mai quale soggetto sia dietro questi processi, acciocché, l’imputato sia da sviscerare entro concezioni etiche che non possono escludere, per esempio, il personalismo cristiano da San Tommaso D’Aquino fino ad un Emmanuel Mounier?

Una piccola digressione, in quanto”Via Cascina, n.20” ha avuto a suo tempo, la dotta esegesi a cura del dott.Giuseppe Lalli (molto meritevole di un’attenta lettura e su tanti punti da condividere), qui, mi permetto, sommessamente, di dire all’esimio amico recensore di Dante e che mi sembra più Manicheo che Gnostico,  questa ultima dottrina filosofica sì assertrice del dualismo “Male-Bene” (alla base di una eresia cristiana nel II d.C.,rammenta Lalli ), ma, negatrice della materia in quanto la vera “realtà” è quella immateriale tanto che all’Aeropago di Atene, San Paolo fu respinto in quanto predicante la Risurrezione della materia e non la fuga del Cristo dal mondo, come volevano gli Gnostici prevalenti nell’Ellade, almeno, stando a diverse scuole di pensiero; invece, siamo dello stesso avviso di Lalli, ad esempio, quando scorge in Dante, anche la stessa posizione Volterriana che all’indomani di Lisbona nel 1755, coglie l’occasione per attaccare la “Teodicea” di G. Wilhelm von Leibniz, tuttavia, l’intellettuale francese (che si mostrava “credente” alla servitù per non arrischiare sua argenteria), poi, non va al di là del suggerire il ripiegamento nel “lavoro” quale unico ancoraggio per l’uomo esposto alla Natura “matrigna”(ça va sans dire…). Il fatto è che, intravediamo, nelle impostazioni di Dante, anche un problema di approccio!

Come nel camusiano ”La Peste”, il medico-eroe, Bernard Rieux si contrappone al padre Peneloux pronto a dare la colpa del “Male”-epidemia alla condotta peccaminosa dell’uomo, ma la Scienza presto o tardi (una escatologia”scientifica”?), farà strame della “lue” e delle sue spiegazioni “fanatiste”, a patto di avere fiducia nell’Umanismo (note le simpatie per il PCF., dello scrittore transalpino “ a la page” del suo “gemello” J.Paul Sartre,  e, “La Peste”, fa da metafora della lotta partigiana-comunista contro il nazionalsocialismo ed i “collaborazionisti” di Vichy, mentre alla Chiesa “ignava” e “retrograda” tocca di subire l’avanzata inesorabile del “fronte delle scienza”); così, Dante, pur riconoscendogli che  astrae da qualunque connotazione ideologica,  rigetta ogni tentativo di arginare il “Male” quel giorno di dieci anni fa, in senso provvidenziale, persistendo concezione stereotipata della Religiosità, da intendersi se non più “oppio dei popoli” (il “Muro”…è caduto, ci si perdoni l‘accostamento), di sicuro ”oscurantista” e”catechistica”?

Non si vuol negare incomprensioni fra pensiero di fede e scientifico (le responsabilità non sono univoche, magari ci torneremo), tuttavia, strumentali e scorrette posizioni sulla Religiosità non sono mancate: prova ne sia che oggigiorno, si esalta la materia a dispetto della spiritualità (il contrario dello scontro Aeropago-San Paolo!), nonostante la Quantistica e dintorni, attesti la non materia e il “Big Bang” fosse teorizzato nel 1927, anche se non sta scritto sui libri di Scienza a scuola (nonostante gli sforzi del “principe”degli astrofisici Piero Benvenuti, su”Il Corriere della Sera, del 18 agosto 2018),  da un prete belga e scienziato, George Le Maitrie…, quanti corti circuiti nelle ”magnifiche sorti e progressive”!

Per riprendere le fila, ribadiamo che si dovesse maggiormente considerare quanto il “Male” abbia agito dapprima nel depauperamento morale della città.

Dante, in effetti, medita al crollo del Palazzo della Prefettura, sul succedersi di governi, a suo dire inefficaci per le sorti del Paese, sulla mancata generale salvaguardia del territorio, sugli elitarismi cittadini e sì che gli Imperi (Dante, fra i massimi esegeti della lettura braudeliana della imperialità ispanica), cominciano a crollare per il decadimento delle loro classi dirigenti!?

Su questa strada, bisognerebbe munirsi di abiti storiografici locali e socio-psicologici e ciò esula dal compito assegnatoci e che pertiene al discettare, dignitosamente, di un testo, innanzitutto, che sa anche di metafora letteraria, non solo di una filosofia di vita.

La chiarificazione dei concetti filosofici emersi, ovvero, che il revisionismo, oltre sulla narrazione della Storia e di cui Dante è maestro (al di là di come la si intenda), vada fatto alla stessa esposizione pubblica della Filosofia-Scienza (laicista, sic!) e che a sua volta si riflette nel giudizio delle persone sulla vita e ancora di qua sulla Religione e suo senso esistenziale (senza, sicumere fideiste, naturalmente), ebbene, mi pareva opportuna.

In sintesi, con una visione psico-biologica della esistenza e da ridurre ai fatti accertabili (nemmeno più la logica!?) ed una Chiesa vista come negatrice della modernità come da certa ideologia totalitaria, prima che questa ultima fosse sconfitta dalla Storia il 9 novembre di trenta anni fa, il gioco è fatto per lo scetticismo-agnosticismo (ma, falsamente e contraddittoriamente, perché, poi, dire che “non vi è certezza” è pure una”certezza”).

Tuttavia,  resta il “Male” ci ammonisce il Libro di Giobbe, sebbene, nel linguaggio Ebraico, sia racchiuso nel mistero divino, invece, nella considerazione cristiana ha la sua risoluzione Pasquale (“scandalo” per i Giudei e “follia” per i Greci-Gnostici, lo si accennava), che  comincia da questo mondo, altro che l’“attesa” tanto infastidente il marxismo; altro che il salto nell’”Empireo” che comunque, “annoierebbe” l’Autore e che qui, inconsapevolmente, da esegeta della cinematografia, far riferimento al film cult d’anni’90 “Il Giorno della Marmotta”, la trasposizione del nichilistico “ciclo di eterno ritorno” di Friedrich W. Nietzsche?

Il ”Male” man mano che si arriva alla fine del racconto incalzante, forse, perché si è vissuto in qualche modo, sembra che sia “sostanza” la qualcosa aborrita da Agostino D’Ippona (che pure passò dal Manicheismo alla Conversione), e sovviene sempre per distinguere filosoficamente, la testimonianza di Max Brod, il pensatore ebreo-boemo e  biografo ed amico di Franz Kafka, che dice della “sventura nobile” provocata dalla condizione della natura umana  e quella ”ignobile” provocata dall’uomo all’uomo: che gli effetti sull’uomo di un cataclisma siano a metà strada fra le due situazioni negative di Brod, se si accetta la visione di una catastrofe, almeno, maggiorata dalla inerzia, lassismo, opportunismo umano che non salvaguardia il suo habitat?

Che vada un pochino giustificato perché non aveva la migliore prevenzione antisismica, il ”migliore dei mondi possibili” leibniziano?

L’”absurdum” che Dante assevera senza requie (ma, per il Padre della Chiesa del III d.C., Tertulliano: “credo quia absurdum”), deve concepirsi come una sfida a percorrere ogni itinerario umano nell’universo (se no il kantiano’audere semper’, a targhe alterne?) e non già pur da dati di fatto che strumentalizzando o negando la Religiosità, sfociano in lezioni filosofiche preconfezionate che vanno da una corrente minoritaria del “secolo dei lumi” (l’Illuminismo, ha radici cristiane, ricordava Joseph Ratzinger), alle utopie politiche arcinote.

Se è vera la Metafisica, dunque, come una sfida di libertà, essa non può sottrarsi alla connotazione umana di questo anelito primordiale che conduce al Trascendente, in quanto dal “cogito (ergo) sum” (che non ci sia…, l’’erg0’ altrimenti sarebbe un “paralogismo”, lo sottolinea apoditticamente Giuseppe Lalli),  bisogna passare al ”cogitur  (ergo) sum” del teologo Karl Barth , e, se no che altro?

Che altro del rimbalzo terreno di ciò che invece vuole protendersi Oltre, perché “vocato” dall’Altro?

Proprio l’origine dell’Uomo (che non si è calato nell’Universo autonomamente), sembra possibile margine per un terreno comune di incontro di Dante con la Religiosità, a patto di condividere un mistero.

Tanto vogliamo riconoscere pur nella finale esposizione nel Libro, del canto leopardiano scritto nel 1836: “Ginestra-Fiore del Deserto”,  su cui, è superfluo  a questo punto della trama, discettare oltre (ci verrebbe da denunciare, quanto il Romanticismo abbia divelto le ubbie illuministe, piuttosto che far passare il contrario, secondo gli esegeti indefessi del Recanatese…laissez faire!).

In “Via Cascina, n.20”, la descrizione reale e simbolica dei fatti post 3.32 a.m., di dieci e più anni fa, passa per la ricerca  ed offerta, da parte del Protagonista, di una protezione e di informazioni sempre e solamente inesorabili circa l’efficacia finale rispetto ad una devastazione immane; il vagare più o meno contestualizzato, ci riporta a mille ed uno episodi letterari e filmici (in minima parte citati ed assai soggettivi), che nemmeno il migliore sceneggiatore sarebbe riuscito; la peregrinazione nei luoghi intimi e materiali non si sofferma sulla Religiosità, l’indizio, appunto, che siamo dinanzi ad una questione cruciale per l’Autore e in questi termini va delineata, non senza esimerci dalla chiarificazione nell’opera di pensieri, parole ed inesprimibili platonicamente (serve il ricorso alla frontiere della nouvelle philosophie Ermeneutica, come insegna il Neopositivismo logico, che annovera laicisti e credenti e pure un tempo la Patristica) e che se Esistenziali, debbono comprendere che “ex-sisto”, significa “venire da”… e questo luogo di origine è casuale (a spiegarlo ai matematici!) o razionale, magari, col suo mistero da “myo” ovvero” sto chiuso”,  segreto, ovvero, “indicibile” come il 6 aprile 2009?

Giorgio La Pira, dopo un fatto provocato dall’uomo, i bombardamenti (alla fine, conta tanto la differenza Volterrianamente  o Brodianamente parlando?), di Roma nel febbraio 1944, annotò:” Poco da fare, bisogna Trascendere e molto pregando, per arrivare all’Eterno”, quasi che non si possa, dinanzi all’”indicibile”, fare diverso itinerario, allora, a mo’ di conclusione, col ribadito rispetto per chi riduce la realtà a ciò che appare ed all’esistenza come fatto biologico e non anche spirituale, il senso della enciclica del 1995 di Giovanni PaoloII, ”Fides et Ratio”: le”due ali” senza le quali l’uomo non può pensare di elevarsi (almeno), verso la Verità.

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