Un “nuovo ordine mondiale” cambiamenti in corso negli scenari locali ed internazionali “novus ordo seclorum annuit coeptis”.

25 maggio 2018
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Maggio 2018

 

La “terza Yalta”

di Danilo De Masi

David RockfellerL’espressione novus ordo“ è stata recentemente pronunciata da Vladimir Putin per dire che il Nuovo Ordine mondiale che si vorrebbe attuare … a lui non piace.

In effetti il significato attribuito alla frase [1], non corrisponde all’esatta traduzione che sarebbe “nuovo ordine dei secoli ….”. Una nuova fase, dunque, a sottolineare l’inizio di una nuova era dell’America dopo la dichiarazione d’indipendenza. La frase latina è nota agli Italiani solo perché la associano alla banconota da Un Dollaro che nel retro mostra tale scritta a sinistra, sotto una piramide con tredici file di blocchi: Tredici è stato – nel corso dei millenni – un “12 più uno” a partire dagli Inquilini dell’Olimpo, passando per una “vicenda” che ha cambiato il mondo ed il calendario della storia. Nello Stars and stripes, 13 strisce come le tredici colonie fondatrici degli USA (Virginia + 12) a Filadelfia, rappresentate permanentemente nella Bandiera dalle “tredici strisce ornate (così è definita dall’Inno Nazionale) da un numero variabile di stelle”, attualmente fissato in 50 “five O”. In effetti, l’entrata sulla scena mondiale degli Stati Uniti, costituì – anche se non immediatamente – un cambiamento dell’Ordine mondiale in precedenza rappresentato da Spagna, Inghilterra, Russia, un declinante Impero Ottomano e la Francia (che venderà a Washington, con un indebitato Napoleone, la metà occidentale degli attuali USA).

Per la verità, quando il Papa tracciò una croce sulla bozza di carta geografica elaborata da Vespucci, che diede il proprio nome di battesimo al Continente, per spartire il Nuovo Mondo, considerò adeguatamente il Portogallo assegnando alla “Lusitania Nova” il quarto orientale dell’America meridionale: muterà nome in onore dell’albero a legno rosso-brace e diventerà il Brasile. L’Impero Portoghese si è formalmente dissolto con la Rivoluzione dei garofani, nel 1974.

In quegli anni settanta l’espressione “Medie potenze” era riferita a Paesi come Cina, India, la stessa Italia. Non la Germania Occidentale in quanto Paese (più dell’Italia) a “sovranità limitata” dagli Allegati al Trattato di Pace.

Abbiamo da tempo dimenticato la definizione “Quattro Grandi” con la quale si intendeva la riunione o lo scambio di comunicazioni tra i quattro Paesi “vincitori” della seconda Guerra Mondiale: Stati Uniti, Unione Sovietica, Inghilterra e Francia (quest’ultima non invitata a Yalta). Non ne faceva parte la pur vincitrice “Red Cina” per una malintesa accettazione dell’essere rappresentata dalla Russia.

Ad onor del vero Charles De Gaulle (come ci ricorda il giovane docente Marco Valigi su “Le Medie Potenze: Teoria e prassi in politica estera” – ASERI Università Cattolica di Milano) affermò …. che la Francia era ormai solo una media potenza: “Proprio perché non siamo più una grande potenza, abbiamo bisogno di una grande politica. In mancanza di una grande politica, dal momento che non siamo più una grande potenza, non saremo proprio nulla

Non c’è stata – almeno formalmente – una seconda “Conferenza di Yalta” e sono completamente cambiati i parametri di valutazione (oltre al possesso di armi nucleari od alla capacità di produrne). L’istituzione dei “Gruppi” di Paesi, indicato con la “G” seguita dal numero dei facenti parte, si è basata sul combinato tra potenza militare (per il Vaticano si deve intendere “Potenza diplomatica”) e potenza economica, la seconda essendo certificata dal FMI al quale solo di recente si sono sottoposti alcuni Paesi.

Agli 11 Paesi membri del G10 [2] si sono già aggiunti il secondo Paese al mondo, la Cina, e quello che attende venga certificato il sorpasso sul Giappone ovvero l’India. Vedremo come si collocherà l’eventualmente unificata Corea.

Rispetto a quando Stalin chiedeva ironicamente “quante Divisioni ha il Papa? “oggi potremmo dire che vi sono due sole potenze globali” in grado di intervenire …. in tutto il mondo: Stati Uniti e Vaticano (le uniche, insieme all’UK ad essere interetniche e, con un’ ovvia eccezione, anche interreligiose). Poi le Potenze di teatro come la Cina e la Russia (che promette di collocarsi al quinto posto mondiale scavalcando la Francia, dopo Giappone e Germania); un discorso a parte andrebbe fatto per l’Inghilterra che ha ricostituito una sorta di Impero Britannico su base volontaria che va dall’Australia-Nuova Zelanda all’India, al Pakistan ed al Canada: 53 Paesi,[3] multirazziali e multi-religiosi (tra i quali 15 del continente africano) che compongono il Commonwealth di 2,4 miliardi di individui.

Le Potenze locali sono:

  • Francia;
  • Germania (quarta potenza economica, ma ancora a sovranità limitata) e con settantamila militari USA che hanno “gli scarponi” sul suolo tedesco;
  • Giappone (terza potenza economica, ma disarmata ed ancora “occupata”);
  • Italia (settima potenza, ancora per poco, ma “potenza culturale” riconosciuta);
  • Turchia (secondo esercito della NATO dopo gli USA).

Gli ultimi spasimi del mai esistito Impero Francese, che sperimentò la Bomba nel sud dell’Algeria, hanno fatto ancora qualche guaio dopo che Sarkozi ha ordinato di assassinare Gheddafi in funzione anti italiana ma, questa volta, non hanno abbattuto aerei civili.

Ovviamente ci sono “Paesi emergenti” dei quali non è ancora certificabile il potenziale economico; tra questi il gruppo dei BRICS: Brasile, India, Corea del Sud, South Africa (due dei quali sono nel Commonwealth).

Ma nulla – come scrive un amico giallista – è come sembra: mentre gli USA impongono sanzioni alla Russia, i Bancomat di Mosca sono “Made in USA” (ne parlerò in un prossimo articolo) e le hostess degli aerei turistici “sovietici”, che portano ancora la falce ed il martello sulla “livrea”, scendono da aerei della Boeing “Amerikana”.

Danilo De Masi

(segue seconda parte)

[1] La frase, di Virgilio, è tratta da Le Bucoliche.

[2] Gli 11 Paesi del G10: Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Japan, Netherlands, Sweden, Switzerland, United Kingdom e United States.

[3] 53 Paesi del Commonwealth sono: Repubbliche del Commonwealth (31 stati di cui due membri UE): Bangladesh, Botswana, Camerun, Cipro, Repubblica Dominicana, Figi, Ghana, Guyana, India, Kenya, Kiribati, Malawi, Malta, Mauritius, Mozambico, Namibia, Nauru, Nigeria, Pakistan, Ruanda, Samoa, Seychelles, Sierra Leone, Singapore, Sri Lanka (ex Ceylon), Sudafrica, Tanzania, Trinidad e Tobago, Uganda, Vanuatu, Zambia; Reami che riconoscono Elisabetta II quale Capo dello Stato (16 stati): Antigua e Barbuda, Australia, Bahamas, Barbados, Belize, Canada, Giamaica, Grenada, Isole Salomone, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Regno Unito, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Saint Lucia, Tuvalu; Monarchie (5 stati): Brunei, Lesotho, Malaysia, Swaziland, Tonga.

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