Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano

29 Luglio 2013
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Il passato – scrisse argutamente Edward H. Carr in Sei lezioni sulla storiaè comprensibile per noi soltanto alla luce del presente, e possiamo comprendere il presente unicamente alla luce del passato. Far sì che l’uomo possa comprendere la società del passato e accrescere il proprio dominio sulla società presente: questa è la duplice funzione della storia”.

Le parole di Carr, aprendo fascinosi orizzonti alla ricerca storiografica, si calano perfettamente in un libro, edito alcuni anni fa, di uno storico di vaglia del calibro di Alessandro Barbero, studioso capace di coniugare nei suoi scritti respiro narrativo, competenze metodologiche e fulminanti intuizioni scientifiche.

Il lavoro in questione – Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano –  è una buona sintesi sulla gestione di un fenomeno complesso come l’immigrazione da parte dell’amministrazione imperiale romana, in particolare dell’esercito, il veicolo principale di assimilazione per tanti coscritti, ma anche la principale occasione di carriera che poteva consentire a figli di immigrati di integrarsi ai vertici della società romana.

A partire soprattutto dalla crisi del III secolo, il ripopolamento di campagne spopolate da guerre ed epidemie, nonché il reclutamento per un esercito bisognoso sempre più di uomini validi finirono per dipendere, in misura significativa, dalla capacità dei governi imperiali di accogliere immigrati oppure, in caso di grave necessità, di organizzare  deportazioni forzate verso l’interno dell’impero.

Una priorità politica, quest’ultima, che si riflette sulla propaganda ufficiale, che pone in grande enfasi l’universalismo dell’impero, la figura dell’imperatore come padre e protettore dell’intero genere umano, e soprattutto l’obbligo morale di estendere la Romana felicitas a tutti i popoli che vi aspiravano, anche se di origine barbarica.

Rispetto al respiro assunto da simili argomentazioni, apparve piuttosto minoritaria l’opinione di quegli autori che, durante il IV secolo, iniziarono a giudicare con apprensione e sospetto i pericoli insiti nei processi immigratori rispetto alla stabilità dell’impero.

Nella parte introduttiva è lo stesso Barbero a riassumere efficacemente i molteplici spunti culturali del suo libro, non senza un sornione riferimento al nostro presente: “Un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un’amministrazione stabile e di un’economia integrata; all’esterno, popoli costretti a sopravvivere, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; e autorità di governo che debbono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze. Potrebbe sembrare una descrizione del nostro mondo, e invece è la situazione in cui si trovò per secoli l’impero romano di fronte ai barbari”.

Barbero è uno storico troppo scaltro per fare indebite generalizzazioni tra le nostre attuali società e l’impero romano. Sono mondi troppo distanti per cultura, per orizzonti valoriali, per conoscenze tecniche e scientifiche, e però, tra le righe, serpeggiano le parole di Carr, con quel filo rosso che lega l’indagine storiografica al presente nel quale ogni autore è immerso.

Oggi l’immigrazione, e la gestione delle sue imprevedibili dinamiche, è al centro delle preoccupazioni dei governi europei, e l’Italia, in virtù della sua peculiare situazione geografica, una sorta di porta spalancata verso l’Europa, deve confrontarsi quotidianamente con questo fenomeno, non senza schizofrenie, incomprensioni e ritardi normativi.

La situazione è complessa, investe equilibri geo – politici internazionali, mette a dura prova la nostra politica verso gli Stati della sponda sud del Mediterraneo, diffondendo a piene mani preoccupazione e inquietudine in società come quella italiana che sta attraversando una crisi culturale (non solo economica e politica) della quale non si intravede la fine.

“L’altro”, soprattutto nei momenti di crisi, può essere percepito così in maniera ostile, in quanto apparentemente mina consolidate sicurezze sociali, lavorative, identitarie, determinando derive xenofobe che impoveriscono le società e gli Stati.

Ripercorrendo strade già battute da studiosi di prestigio come Lewis, Braudel, Cardini, per citare qualche nome apicale, viene fuori, ad esempio, un’immagine non stereotipata di un Occidente e Oriente in perenne conflitto, ma dove i rapporti commerciali determinano mescolanza tra uomini, lingue e culture. E’ proprio Lewis, in quel piccolo gioiello rappresentato da L’Europa e l’Islam, a scrivere riflessioni di largo respiro su una  presenza significativa e permanente dei musulmani in Europa.

 “Queste comunità – evidenzia Lewis –  sono a tutt’oggi legate ai loro paesi d’origine da mille vincoli di lingua, di cultura, di parentela, oltre che di religione, eppure vanno integrandosi, inesorabilmente, nei paesi dove oggi risiedono. La loro presenza e quella dei loro figli e nipoti avrà conseguenze difficili da valutare, ma enormi, sul futuro sia dell’Europa che dell’Islam”.

Queste parole, lucide e chiare, di Bernard Lewis ci ammaestrano sull’importanza del contesto storico, che mai deve essere sottaciuto o misconosciuto, soprattutto di fronte a nodi complessi come l’immigrazione, le cui conseguenze non possono essere affrontate con slogan dozzinali buoni per i bassi istinti delle persone, ma con politiche lungimiranti, basate su valori condivi ed ancorate ad un sano pragmatismo.

Gilberto Marimpietri

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