ANTICHI FASTI E RECENTI MISERIE – NAPOLI IERI E OGGI

9 Aprile 2012
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La città di Napoli si trova spesso alla ribalta della cronaca, purtroppo per notizie non belle né edificanti. Ultimo problema che la affligge – o almeno l’ha afflitta fino a circa un anno fa – è quello dei rifiuti, che hanno letteralmente sporcato una delle più belle e più maltrattate città d’Italia.
Il passato di Napoli è fatto di fasti, ricchezza, cultura, bellezza. La Natura non le ha risparmiato nulla: il mare con il Vesuvio sullo sfondo, il sole, la vegetazione rigogliosa, i fiori sgargianti la rendono attraente ed invitante come pochi altri posti, non solo nella Penisola.

Fra i tanti gioielli che Napoli racchiude gelosamente ed indossa senza ostentazione ma con naturale nonchalance c’è il Teatro S. Carlo, il Teatro dell’Opera fra i maggiori d’Italia e d’Europa. Fondato nel 1737 per volere di Carlo di Borbone il S. Carlo ha ospitato ed ospita rappresentazioni teatrali e musicali, dando spazio e concretezza alla Cultura in tutte le sue manifestazioni.
A marzo il Teatro ha proposto uno dei drammi meno noti e meno rappresentati di Giuseppe Verdi, I Masnadieri. Tratto dall’omonimo dramma di Schiller, le musiche de “I Masnadieri”  furono composte su libretto di Maffei da un Verdi nel pieno della propria giovinezza e nel periodo da lui stesso definito “gli anni della galera” perché sottoposto a ritmi massacranti di lavoro dai tanti committenti. Per questo, si tratta di una delle opere verdiane scritte senza grande ispirazione, ma dettate dall’esigenza di rispettare clausole contrattuali, opere, quindi, che si adagiano su schemi già sperimentati e che non danno dimostrazione della grande originalità successivamente espressa dal Maestro.
Con la regia di Gabriele Lavia, “I Masnadieri” porta sulla scena sentimenti estremi di vendetta, odio, violenza ed amore, come d’altronde richiesto dalla stagione romantica nella quale il dramma trova la propria origine. Il tocco d’autore del regista emerge con evidenza: la scenografia richiama un sobborgo di periferia con murales; i costumi sono adatti a delinquenti semi-punk; le armi si adeguano ai tempi ed i protagonisti, anziché sfoderare lance e pugnali, imbracciano fucili e mitra. La musica, però, coinvolge e convince, spesso commuove, sempre colpisce. Il preludio con la struggente musica del violoncello solista è in sé inizio e conclusione: apre il dramma e ne fa presagire conseguenze e conclusioni. Coinvolgenti le prove virtuose del soprano leggero e possenti le voci maschili, che strappano applausi a scena aperta.
I quattro atti nei quali si dipana il dramma di Carlo, divenuto brigante per caso, ora combattuto fra l’amore per il padre e la bella Amalia ed il desiderio di vendetta nei confronti del perfido fratello Francesco, volano, portando con sé il sapore e la forza dei sentimenti che hanno caratterizzato l’Ottocento ed il Romanticismo, riconfermando Giuseppe Verdi come uno dei maggiori creatori di capolavori inestimabili ed indimenticabili.

 Francesca Bocchi

 

 

 

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