Attacco alla Base Navale di Taranto: 11 novembre 1940

30 Ottobre 2011
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11 Novembre 1940 piange Taranto

Ricordo di un testimone diretto dopo 71 anni

di Vincenzo Ruggieri

Avevo sette anni. Mia sorella Maria mi aiutava a fare i compiti. Mio fratello Dino, marinaretto, era in servizio di guardia nei pressi del cimitero San Brunone alla periferia tarantina. Alle ore 18,00 squilla il telefono. E’ Ciccillo (da Francesco) che cerca don Peppino mio padre. È la telefonata che gli faceva il guardiano del ponte girevole che unisce la città vecchia a quella nuova. La solita ed ormai consumata comunicazione: don Peppino c’è il preallarme. Ciccillo è l’operatore incaricato dal Comando in Capo della Regia Marina Militare ad “aprire” il ponte girevole quando è in arrivo l’aviazione nemica. Ogni qualvolta Supermarina dava ordine di aprire il ponte girevole, Ciccillo avvertiva mio padre. Ma quel giorno la conversazione telefonica fu più lunga del solito. Era previsto un arrivo di importanti formazioni di aerei inglesi che volevano bombardare la flotta ancorata nel Mar Piccolo. Mio padre disse che era meglio recarsi nel ricovero. Ma mia madre è stata sempre contraria. Disse: se dobbiamo morire moriamo in casa nostra.
Alle ore 20.00 le sirene d’allarme iniziano il loro sibilare. La gente corre nei rifugi. I riflettori scrutano il cielo difeso dai palloni frenati. Ore 20,30 cessato allarme. I tarantini tornano nelle loro abitazioni. Ore 22,30 risuona l’allarme con fastidiosa insistenza. Mio padre cerca dì contattare telefonicamente Ciccillo che non risponde. Dopo poco si avverte il sordo rumore (gli aerei in avvicinamento, un ronzio compatto che  cresce e che le tenebre rendono ancora più minaccioso: è un attacco. Le batterie contraerei di Capo S. Vito cominciano a sparare. Anche le batterie del Monte delle Vacche (attuale ubicazione del nuovo ospedale civile SS. Annunziata a ridosso di Piazza Marconi) non sono da meno. Traccianti gialli, rossi, arancione, solcano il cielo. Il cielo di Taranto è una Piedigrotta. I vetri azzurrati delle finestre vibrano. Ha inizio una lunga notte: esplosioni cupe, sorde ad intervalli irregolari, il rabbioso latrare delle artiglierie, il sinistro sgranare delle mitragliere, i boati, le grida isteriche concitare da ogni dove, i motori degli aerei invisibili ed ancora più minacciosi. I riflettori che scrutano il cielo, il lento tremolante scendere dei bengala svelano agli aerei che attaccano le masse scure delle navi immobili. Il fumo acre delle navi colpite ricopre le limpide acque del Mar Grande. La lunga notte ha molti protagonisti: mille ufficiali, sott’ufficiali, marinai imbarcati sulle sei corazzate, i nove incrociatori, le ventitré siluranti, i sedici sommergibili. Le tante navi ausiliarie, tutte sparse alla fonda o in banchina tra Mar Grande e Mar Piccolo ed i tanti i militari di ogni arma, delle ventuno batterie da 102, delle centonovantatrè mitragliere, dei ventidue proiettori e dei dodici idrofoni, delle novanta postazioni dei palloni di sbarramento, ben sessanta dei quali sono stati spazzati via nei giorni precedenti da una violenta sciroccata; e di centoventimila abitanti della città. Taranto, la sola città industriale del sud con quindicimila tecnici ed operai tra Arsenale, Cantiere Tosi ed indotto ed altri trentamila militari che gravitano economicamente è ricca ed elegante, quasi più di ogni altra del sud, con caffè. teatri e raffinati negozi. Vivace ed evoluta per l’affluirvi continuo di uomini di tutte le classi sociali da ogni parte d’Italia, Tra gli uomini della Marina quella notte, molti per i quali non è lontana la triste sorte: Inigo Campioni, Comandante in Capo, affronterà nel ‘44 il plotone di esecuzione perché reo dì aver tenuto fede al giuramento prestato. Carlo Bergamini, il suo Capo di Stato Maggiore, sarà a sua volta Comandante in Capo e scomparirà in mare il 9 settembre 1943 con tutto l’equipaggio della sua nave ammiraglia, il “Roma” affondata dai tedeschi, Carlo Cattaneo cadrà Matapan Comandante della 1^ Divisione, con il Comandante dello ‘‘Zara” Luigi Corsi, che non abbandonerà la nave che sta affondando. Federico Martinengo, Capo di Stato Maggiore del Dipartimento, cadrà il 9 settembre 1943 su una motosilurante affrontando i tedeschi: e tanti altri di molte navi presenti a Taranto quella notte, che affonderanno combattendo nei mesi, negli anni successivi. Nel buio della notte, nel cielo freddissimo ad alta quota il protagonista assoluto è il “Fairey Swordfish” che attaccherà la flotta a Taranto. Gli ” Swordfish” aerei siluranti faranno il resto. Colpite la corazzata Cavour, la corazzata Duilio e la modernissima Littorio, l’incrociatore pesante Trento ed i caccia Libeccio e Pessagno.
Cinquanta i morti, La città è ferita. Muta. C’è silenzio, costernazione. Oltre mille colpi sparati dalla contraerei: il giorno dopo il popolo di Taranto è tutto sulla ringhiera della Città Vecchia e sul Lungomare  della nuova. Pochi parlano, il viso teso. Alcuni piangono. Oltre alla flotta, quell’11 novembre 1940 affondò pure il mito di Taranto inviolabile, Nel dicembre del 1941 gli italiani restituiscono il colpo agli inglesi: i mezzi dì assalto della Regia Marina affondano ad Alessandria le due corazzate Queen Elisaheth e Valiant. È una grande vittoria italiana ma non una sconfitta inglese. Anche questa è stata una sorpresa: tra gli affondatori un tarantino, Vincenzo Martellotta, capitano delle armi navali, Medaglia d’oro al Valor Militare. L’attacco inglese alla base dì Taranto in quella tragica notte lasciò un segno profondo nella memoria della città. Ancora oggi , a sessantasette anni di distanza, emozioni, sirene, lampi, immagini di quella notte sono bene impresse nella memoria della gente. Sempre vivi sono i ricordi in particolare di chi, direttamente, fu testimone, Uno tra questi, Nino Triuzzi (ora deceduto) mio lontano parente, che ha vissuto personalmente quelle tragiche ore, era imbarcato sul la corazzata Cavour. Nei giorni precedenti quell’11 novembre più volte si era notata la presenza di ricognitori inglesi nei cieli della città . Una presenza che non prometteva nulla di buono, Allora abitavo in via D. Peluso. Dalla finestra della mia abitazione si vedeva Mar Grande. Gli aerosiluranti inglesi si vedevano passare a pelo d’acqua e sganciavano sulle nostre navi. Ricordo i lampi. il cupo rumore delle esplosioni, I solchi nel cielo dei proiettili traccianti della contraerei italiana. Cessato l’allarme con mio padre volli  salire sul terrazzo della mia abitazione. Vedemmo i tragici effetti del bombardamento: una vera e propria strage di navi, Conservo un vivo ricordo indelebile di quella notte vissuta e vista con gli occhi dì un fanciullo. Nei giorni successivi con tutti i mezzi disponibili, con prevalenza traini stracolmi di masserizie, vecchi, bambini ed ammalati dettero inizio allo sfollamento. Io con la mia famiglia sfollammo nel vicino paese di Palagianello per poi trasferirci, per maggiore sicurezza, a Teramo nel centro Italia. Vidi cose orrende dall’una e dall’altra parte. La guerra intesa come morte, terrore, disperazione ed impotenza era giunta fino a noi segnando irrimediabilmente la nostra adolescenza.

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