La repressione in Siria

1 agosto 2011
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Continua la repressione in Siria con la ferocia e la determinazione di chi è disperato e tenta l’ultima carta. Ogni venerdì, da quattro mesi, le masse dei fedeli trasformano la preghiera in manifestazioni contro il governo del presidente Bashar el Assad.
La città simbolo della rivolta è HAMA, 200 Km a nord di Damasco, assediata dalle forze di repressione da oltre un mese, ma le manifestazioni hanno interessato anche altre città.
La città di HAMA deve essere un incubo per la famiglia Assad. Infatti, già nel 1982 l’allora presidente Hafez el Assad, padre di Bashar, inviò truppe nella città per reprimere un’altra rivolta, a quei tempi guidata dai “Fratelli Musulmani”, che costò circa 20mila morti (cifra ufficiale) e la distruzione della città vecchia che allora contava 200mila abitanti. Ricostruita, la città è cresciuta, oggi conta 800mila abitanti, ma il vento della rivolta cova sempre nei suoi abitanti che sembrano non dimenticare il passato sfidando i carri armati della 4^ Divisione Corazzata agli ordini di un altro esponente della famiglia Assad il generale Maher el Assad, fratello del presidente Bashar. Sotto i colpi delle armi pesanti e dei cecchini appostati sui tetti degli edifici nella solo giornata del 31 luglio si contano oltre 100 morti. La comunità internazionale appare sgomenta, ma non va oltre una formale condanna espressa in “parole” mentre gli attacchi delle forze di sicurezza continuano. C’è da chiedersi il motivo di questa inierzia, in fondo Gheddafi è stato condannato per molto meno. La risposta va trovata analizzando la situazione politica ed economica dei principali attori della diplomazia internazionale. Intanto la Siria ha dalla sua parte l’Iran (sembrerebbe che esponenti siriani siamo impegnati nella repressione), il cui intervento potrebbe destabilizzare l’intero Medio Oriente. Dietro la rivolta ci sarebbe, oggi come nel 1982, il movimento radicale islamico legato ad Al Qaida, un nemico dell’Occidente, che il regime laico e antisunnita ha sempre tenuto sotto controllo, farlo cadere ora potrebbe significare aprire le porte ad un radicalismo ancora più violento. Peraltro, il regime siriano, anche se ha ancora aperto la questione delle alture del Golan, sotto controllo israeliano, non ha mai dato grossi problemi ad Israele ed ha sempre garantito la pace. Se a ciò si aggiungono le difficoltà economiche americane ed europee, con la NATO impegnata in Libia ed in Afghanistan si giustifica l’inerzia delle potenze e delle maggiori Organizzazioni Internazionali.
Tuttavia, la misura sembrerebbe colma e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito per decidere sanzioni contro il regime di Bashar el Assad. Ma anche in questa sede potrebbe esserci ostacoli posti dalla Russia, tradizionalmente legata alla Siria, interessata agli ormeggi della flotta della propria Marina Militare nel porto siriano di Tartus, ex base sovietica. Unico sbocco della Russia nel Mare Mediterraneo.

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