Gli ottantotto precari del Comune dell’Aquila: un’Odissea senza fine.

12 luglio 2011
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Piazza Duomo 12 luglio 2011 ore 12,30 - la desolazione

In Seguito al terremoto del 6 aprile 2009, il Comune dell’Aquila, con denaro della Protezione Civile, ha indetto un concorso pubblico per ottantotto persone con l’obiettivo di rendere più celere la ricostruzione e per snellire l’enorme mole di pratiche generatesi dopo il sisma. Gli ottantotto ragazzi assunti dal Comune sono stati impiegati non solo per la ricostruzione delle abitazioni, ma anche per ricreare un tessuto sociale, dal 6 aprile 2009 completamente disgregato.Studi recenti, infatti, dimostrano che parte della popolazione aquilana è stata colpita da “sindrome post traumatica da stress”. Ciò comporta che, oltre a ricostruire le case, è necessario far “rinascere” le persone.
Proprio per tale motivo, il Comune ha assunto oltre ad ingegneri e geometri, anche esperti di psicologia, educazione e sociologia con l’obiettivo specifico di aiutare le famiglie disagiate e le figure più deboli come bambini, anziani e portatori di handicap.  I giovani assunti sono stati integrati fin da subito nella macchina comunale con contratti a tempo determinato prorogati di sei mesi in sei mesi. Queste nuove leve, se da un lato svolgono con orgoglio il loro lavoro, indispensabile  per la ricostruzione della città, dall’altro vivono ogni giorno con “una spada di Damocle” puntata sulla testa, vale a dire l’incubo della proroga del contratto che scade ogni sei mesi. Vista la situazione drammatica in cui versa la città e alla luce del fatto che la ricostruzione si protrarrà almeno per i prossimi quindici anni, il Governo e il Commissario per la Ricostruzione dovrebbero attivarsi per smuovere la situazione, dando la possibilità agli enti locali di attivare meccanismi virtuosi per cercare soluzioni stabili a lungo termine. Un posto a scadenza indefinita comporterebbe non solo una maggiore celerità riguardo ai tempi di ricostruzione, ma darebbe la possibilità a questi giovani di costruirsi un futuro a L’Aquila, in tal maniera ottantotto famiglie potrebbero insediarsi definitivamente in città senza dover essere costrette ad emigrare come purtroppo hanno dovuto fare molte persone del Capoluogo.La ricostruzione delle case diventa inutile se non si creano le condizioni per abitarle; nel Capoluogo abruzzese si rischia una vera e propria diaspora.

Fra qualche anno, L’Aquila sarà una città nuova di zecca, ma senza lavoro, le abitazioni rimarranno inesorabilmente e desolatamente vuote.

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