Fitzcarraldo Bellini Verdi Caruso Dalla & C.

9 Luglio 2022
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Articolo tratto dalla rivista Sipario – giugno 2022

di Errico Centofanti

Sommario giugno 2022

Mi sono goduto un delizioso Bellini. Non una replica delle nozze tra il Prosecco di Valdobbiadene e la pesca bianca pigiata che Giuseppe Cipriani aveva cosí battezzato nel 1948 per sintonia con le tonalità rosate di Bellini, il Giovanni gran pittore del Quattrocento. Intendo quell’altra voluttà inventata da un altro Bellini, il Vincenzo gran musicista dell’Ottocento, cioè I Puritani. Dal vivo, ancora mi mancava. Vi racconto com’è andata. Non del melodramma in sé, peraltro eccellentemente proposto da Roberto Abbado con l’Orchestra e il Coro dell’Opera di Roma, entrambi in gran forma, la regia di Andrea De Rosa, la scenografia di Nicolas Bovey, le luci di Pasquale Mari e, nei ruoli principali, il tenore americano John Osborn e il soprano anglo-australiano Jessica Pratt, tutt’e due ottimi. Quel che voglio dire riguarda la strepitosa inventiva con cui il fluttuare delle date nello spazio-tempo sa combinare garbugli mentali quanto mai suggestivi, esemplarmente teatrali, capaci d’illuminare tratti spesso inesplorati dell’animo umano, la nostra fugacità e futilità. Prima d’andare in teatro, m’aveva incuriosito l’enfasi dell’Opera di Roma nell’evidenziare come il proprio palcoscenico fosse orfano dei Puritani da ben 32 anni. Quel risalire all’indietro nel tempo m’aveva fatto venire in mente che il primo contatto con I Puritani io l’avevo avuto ancora prima, 40 anni fa, attraverso Fitzcarraldo, il film di Werner Herzog uscito proprio nel 1982. Di conseguenza, m’è venuto da pensare come adesso, 2022, fanno 10 anni dalla perdita di Lucio Dalla, il quale 36 anni fa, nel 1986, aveva scritto e lanciato Caruso, la canzone modellata sul gran tenore il cui mito fa da innesco narrativo per il film di Herzog, il dirompente regista che quest’anno, a inizio Settembre, compie i suoi primi 80 anni di vita. D’altro canto, di Enrico Caruso s’è festeggiato l’anno scorso il centenario della morte, mentre nel 2023 saranno 150 anni dalla nascita. Questo turbine di date ha una sua logica connettività e qualche cosa ce la spiega. Tutto comincia a Parigi con il debutto dei Puritani, 187 anni fa.

Trionfi e malinconie

Era il 24 Gennaio del 1835 e, al conclusivo calar della tela, quel «tra la gioia e l’esultar!» cantato da Arturo nel prim’atto s’era rivelato profetico, perché proprio “tra la gioia e l’esultar” andava culminando per il già celebratissimo Bellini il trionfale decorso della serata. D’altra parte, trionfali furono, a centinaia, le serate di Caruso nei teatri di qua e di là del Grande Mare Oceano, a cavallo tra Ottocento e Novecento, come pure lo fu la serata non indebitamente immaginata per lui da Herzog, nell’incipit del Fitzcarraldo, sul palcoscenico dell’Amazonas di Manaus. Trionfale fu pure la serata di Lucio Dalla nell’Anfiteatro Luisa Conte di San Martino Valle Caudina, dalle parti di Avellino, in quell’Agosto del 1986 che aveva visto le parole e le note di Caruso involarsi verso il trionfo planetario d’una cui pari consistenza ben poche canzoni possono fregiarsi. Condivisione di trionfi e condivisione di malinconie. Sebbene non sia questa la sede per poterne ripercorrere le accidentate biografie, sta di fatto che la vita, per Bellini come Caruso e pure Dalla, fu fittamente annodata a giorni gravosi e pervenne a venir troncata da finali drammatici. Giorni gravosi ce li abbiamo tutti, s’obietterà. Vero, ma nelle vite d’artista spesso da quelle gravosità percolano acciacchi dell’anima che suscitano i finali drammatici usualmente risparmiati ad altri.

Il crepuscolo di Bellini

Bellini, nonostante il trionfare di tanti anni sui palcoscenici, vive in solitudine i suoi ultimi mesi, azzannato da una micidiale infezione intestinale, in una grande villa immersa nell’agiata eleganza di quella che era la periferia occidentale di Parigi e che oggi appare vestita con la smagliante modernità in acciaio marmo e cristallo della Défense. È la sera del 23 Settembre, anno 1835. Fuori, l’ambiente appare come lo descrive Simenon nel suo Il signor Lunedí del 1936: «era buio pesto» e alle spalle della villa «scorreva quel ramo uggioso della Senna in cui si allunga l’isola deserta di Puteaux, con i suoi terreni incolti, i boschi cedui e gli alti pioppi». All’interno, come otto mesi prima sul calar della tela al debutto dei Puritani, si spengono le luci. Nessuno le ha spente: lumi, candele e non soltanto loro hanno esaurito l’energia vitale. Non c’è nessuno per dar vita a quel “tra la gioia e l’esultar” di otto mesi prima e, d’altra parte, a chi potrebbe mai venir in mente di festeggiare la perdita d’una vita? Tutto finito, a 34 anni. Sarà Gioachino Rossini che accompagna il corpo al Cimetière du Père-Lachaise, dove resta accanto a Chopin e Cherubini per quarant’anni, dopo di che Bellini trova finalmente pace a Catania, nella Cattedrale di Sant’Agata.

Dalla e Caruso

Anche a Lucio Dalla la vita gli viene sfilata in solitudine, sia pure in meno inquietante temperie, nella placidità del sonno, in albergo, nella notte del 1° Marzo 2012, dopo il concerto per il mitico Jazz Festival di Montreux. Un infarto. Lo porteranno nella sua Bologna, al Cimitero della Certosa. Anche per lui il post mortem è viaggioso: dopo un anno e mezzo, i resti vengono esumati cremati e infine interrati in un’altra zona della Certosa, dove già c’erano Giosuè Carducci e Giorgio Morandi. Sopra, gli hanno tracciato le parole del finale di Cara, una delle sue canzoni del 1980: «Buonanotte, anima mia / Adesso spengo la luce e cosí sia». Per Enrico Caruso, invece, che in vita aveva fin troppo viaggiato da un capo all’altro del pianeta, la discesa sotto terra fu solo una, nel Cimitero del Pianto, a pochi passi dall’estremo approdo di Totò. Se l’era portato via una pleurite, a quanto pare assai trascurata e mal curata, sopraggiunta a seguito dello scontro con un pezzo di scenografia sul palcoscenico del Metropolitan. Dopo l’ultima recita, alla vigilia di Natale, venne operato e poi volle lasciare New York per andarsene in convalescenza a Sorrento. Di miglioramenti non se ne vedevano, cosí venne chiamato a consulto pure Giovanni Moscati, il celebre medico che nel 1987 sarebbe stato proclamato santo. Il verdetto fu senza speranza. La gloria planetaria che tuttora ne indora la memoria non bastò per lasciargli sorpassare i 48 anni da poco raggiunti. Si fece portare a Napoli. Voleva finirli lí i suoi giorni. Dalla s’era trovato puramente per caso a soggiornare nella stessa suite dove Caruso aveva trascorso gli ultimi mesi di vita. Gliel’avevano premurosamente assegnata quando s’era presentato all’Excelsior Vittoria di Sorrento per aspettare che venisse riparato il guasto capitato alla sua barca mentre stava navigando accanto a Capri. Tra i fatti memorabili che con orgoglio gli avevano raccontato di quell’ospite favoloso, era rimasto sopra tutto colpito dalla dedizione con cui Caruso, ormai in fin di vita, aveva voluto dare lezioni di canto a una bella ragazza. Fu cosí che, proprio sulla stessa terrazza dove Caruso per l’ultima volta aveva seguito l’affondare del sole al di là del mare, fu cosí che dal cuore e dalle mani di Dalla fiorirono le parole e la musica per raccontare l’affondare della vita di quell’intramontabile leggenda che Enrico Caruso è.

L’opera italiana

Da un’altra barca, non con il motore in panne in mezzo al Mar Tirreno ma vigorosamente spinta a remi dentro la ragnatela di fiumi e fiumoni del Rio delle Amazzoni, Herzog fa emergere Klaus Kinski e Claudia Cardinale, nella sequenza iniziale di Fitzcarraldo, mentre tentano di raggiungere il Teatro Amazonas di Manaus, progettato e decorato da artisti italiani e inaugurato il 31 Dicembre del 1896 con La Gioconda di Pochielli. Lí, la coppia d’innamorati fortissimamente desidera sentir cantare quel mito vivente che al tempo della finzione cinematografica, cioè a inizio Novecento, era Caruso. Però, quando riescono a entrare in sala, Kinski e la Cardinale fanno appena in temo a cogliere il finale dello spettacolo, con Ernani che s’immerge la spada nel ventre. Qui, nel film, c’è un vertiginoso apice d’astrazione drammaturgica, grazie a un’infilata di salti mortali narrativi: alla finzione del melodramma di Verdi e Piave si sovrappone quella della messinscena creata per il film, la quale si sostanzia della finzione attoriale, perché quelli che recitano sono sí gli interpreti qualunque che vediamo, i quali, però, fingono d’essere Caruso nel ruolo di Ernani e Sarah Bernhardt nel ruolo di Elvira (finzione nella finzione, perché mai c’era stata nella realtà quell’interpretazione della Bernhardt, anche se lei nel 1877, alla Comédie Française, aveva recitato nell’Hernani, ma quello in prosa di Victor Hugo da cui Piave avrebbe poi tratto il libretto per Verdi); e, lí, ecco un’ulteriore finzione: la voce del tenore non è quella sua ma l’autentica di Caruso, prelevata da un’incisione discografica. Verdi poi, nel film, c’è ancora: quando si dovrà far ricorso alla magia per conquistare la fiducia e la devozione dei nativi, torna con «Bella figlia dell’amore, schiavo son dei vezzi tuoi» del Rigoletto, ovviamente con la voce di Caruso che erompe dalla tromba del fonografo “belle-époque” piazzato sulla prua della nave, la quale nave, per scalare la montagna, cioè affinché si concretizzi l’evento-motore del film, necessita dell’irrinunciabile apporto collaborativo degli indios.

Fitzcarraldo

Una nave “scavalcamontagne”? Come gli attori girovaghi e poveri in canna del teatro d’un tempo che fu? Già: del resto, è un attore pure lei, la nave! Tempi, quelli, a cavallo tra Ottocento e Novecento, della Febbre del Caucciú, animata da una moltitudine d’affaristi intorno e dentro l’Amazzonia: una infame concatenazione di sfruttamento e massacro d’antiche popolazioni native e di selvaggia manomissione della natura, come pure di smisurati arricchimenti per pochi squali privi d’ogni scrupolo etico e morale. C’era la piccola ma allettante storia d’uno di quegli squali in forma umana: Carlos F. Fiscarrado, piú sveltamente indicato come Fitzcarraldo, peruviano, morto nel 1897. A Iquitos, nel cuore dell’Amazzonia, c’è la sua tomba. Si favoleggiava che avesse trasportato attraverso i monti amazzonici un modesto battello, smontato in diversi pezzi, da riassemblare e poi adibire a suoi traffici locali. Il genio visionario di Herzog coglie la suggestione di quel “Fitzcarraldo” per farne nome del protagonista e titolo per il suo film, ma sopra tutto trasfigura quella piccola storia in una grandiosa metafora della suprema avventura che è la creazione artistica, a sua volta metafora della vita. Herzog immaginò che il modesto battello diventasse una robusta nave da 300 tonnellate e che questa, non frammentata ma tutta intera, scavalcasse una montagna nell’ostile natura selvaggia dell’Amazzonia. Immaginò pure che quell’impresa folle dovesse avere una ragion d’essere altrettanto folle: cioè, la costruzione di un teatro d’opera dentro la foresta vergine, da finanziare con i proventi del caucciú estratto da un territorio inesplorato reso accessibile dalla nave viaggiante tra le montagne. Una metafora è eloquente solo se scuote le coscienze. Beh, questa qui, per scuotere, scuote davvero, no?: seguire, affondati neghittosamente nelle poltrone d’un cinema, una nave vera, con un vero equipaggio ben in vista, che una folla di indios seminudi, a forza di braccia, inerpica lungo la vera china d’una montagna vera! È questa la metafora in forma di film, costata due anni e mezzo di lavorazione, un mare di soldi, un fiume d’infortuni e perfino due morti sul lavoro, con cui Herzog crea la vertigine narrativa che mima l’impeto inventivo, l’ardimento tecnico, l’audacia attuativa e la non di rado fatale rischiosità di cui è fatta ogni vera creazione d’arte e quasi sempre la vita stessa d’ogni vero artista.

Molly Aida

La nave nel film ha un nome, ovviamente, che campeggia sulle murate: Molly Aida. Se Molly è un omaggio al nome dell’innamorata di Fitzcarraldo, che è pure la finanziatrice della folle impresa, Aida è simbolo evidente della fascinazione di Herzog per l’opera italiana. Tuttavia, l’evocazione di Molly non ingloba qualcosa d’altro? Magari un’allusione alla Molly dell’Ulisse di Joyce e quindi all’Odissea di Omero e quindi all’inesausto desiderio di conoscenza e al suo sempiterno prezzo di dolore, dai quali sono accomunati tutti i coinvolti, sia in queste vicende narrative come nella realtà di cui l’insieme di queste vicende è trasparente metafora? Allorché l’impresa scavalcamontagne volge al termine, pure il film, con il suo carico di seduzione visionaria e splendore figurativo, è ormai in vista del capolinea. Herzog ha annotato nel suo diario: «Oggi, Mercoledi 4 Novembre 1981, poco dopo mezzogiorno, siamo riusciti a portare la nave dal Río Camisea al Río Urubamba facendole valicare una montagna. Tutto quello che c’è da dire è questo: io vi ho preso parte». Finalmente sorride, Kinski nei panni di Fitzcarraldo, anzi, in verità, sorride nel completo in lino bianco che è stato il suo unico abito per tutto il film, che è stato mirabilmente disegnato da Yves Saint Laurent, che chissà quante repliche ne han dovuto approntare lungo gli anni delle perigliose riprese. Sorride e sulla Molly Aida schiera in coperta artisti e un po’ di scenografia della compagnia italiana appositamente ingaggiata. Sorride e, a beneficio della gran folla adunata in riva al Rio delle Amazzoni, dà il via all’orchestra rigorosamente in frac e a solisti e coro nei costumi di scena, per l’esecuzione dei Puritani di Bellini.

Bellezza e malinconia

Quando il tenore si lancia nell’A te, o cara, si capisce che tutto quel mirabolante apparato vuol essere una smisurata serenata in pieno sole per l’incantevole Claudia Cardinale, che è Molly e tutte le donne del mondo. Si capisce pure che il «tra la gioia e l’esultar! », adesso, allude all’intreccio di bellezza e malinconia dell’aver portato la magia del teatro d’opera dentro l’immensità della regina delle foreste, pur se il vagheggiato edificio teatrale resterà un sogno. Un sognatore come Herzog in quale altrove avrebbe potuto tradurre in spettacolo l’inseguimento di un sogno, se non dentro un luogo come l’Amazzonia, dove i pochi abitatori sopravvissuti alla cupidigia dell’uomo “civilizzato” vivono il loro passaggio nella vita immersi nell’incantamento di un sogno perenne? Folle, invece, il sogno della nave scavalca montagne. Folle come il film che quel sogno racconta. Folli tanti altri sogni. Bellini? Verdi? Caruso? Dalla? Forse. Ma dove sta tanta concretezza quanta ce n’è nella follia del palcoscenico? Nella fugacità, nella futilità di tutto il resto? Senza dover riandare al Calderón di 387 anni fa, ecco il Dalla che evoca Caruso e, nel farlo, forse, pensava di se stesso o di Bellini o di chissà quanti altri o magari di Herzog, perché lui, il Dalla, di sicuro il Fitzcarraldo non poteva non averlo visto: «Qui dove il mare luccica e tira forte il vento… Diventa tutto piccolo… Ti volti e vedi la tua vita come la scia di un’elica».

17.05.2022

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