LA STORIA AL MICROSCOPIO Recensione a “L’ozio coatto” di Giuseppe Lorentini.

16 luglio 2019
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Per l’Associazione “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”

Maria Rosaria La Morgia, Presidente

Mario Setta, storico

G. Lorentini - L'ozio coattoSolo un esperto di ricerca scientifica a livello di informatizzazione digitale poteva presentare la diagnosi d’un micro-campo di concentramento come quello di Casoli. Uno dei quattordici campi di internamento, in Abruzzo, delineati nel libro “I campi del duce” di Carlo Spartaco Capogreco, che affronta per la prima volta e con particolare attenzione l’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943). Giuseppe Lorentini, sia perché nativo di Casoli e, soprattutto, storico affermato per i suoi studi, offre una panoramica rigorosa del campo, in tutti i suoi aspetti, come un piccolo mondo. Perfino, in appendice, con l’elenco dei singoli personaggi, per conservarne la memoria. Certamente sulla base dello slogan di storici alla Lucien Febvre, Fernand Braudel o Marc Bloch, “La storia è l’uomo”. In linea con quanto ha affermato Jacques Le Goff di quest’ultimo: “Marc Bloch è un affamato, un affamato di storia, un affamato di uomini nella storia. Lo storico deve avere un buon appetito. Egli è un mangiatore di uomini”.

Lorentini sostiene, giustamente, che la storia dei campi di internamento in Italia è nata da poco, una ventina d’anni, sull’esempio delle ricerche di Carlo Spartaco Capogreco sul campo di Ferramonti, Costantino Di Sante, Gianni Orecchioni, Anna Pizzuti, ecc. C’era stato un libro autobiografico, sul campo di Lanciano, di Maria Eisenstein, dal titolo “L’internata numero 6”, pubblicato a Roma nell’ottobre del 1944, rimasto sconosciuto, oggi a cura di Capogreco, che meriterebbe di essere un testo scolastico, non meno di “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Giuseppe Lorentini

Giuseppe Lorentini

Il libro di Lorentini si apre con una Introduzione che tende a specificare il concetto e la terminologia di campo di concentramento e di universo concentrazionario, per poi trattare della storia sociale di un campo di concentramento fascista tra teoria e documenti. Il campo di Casoli fu adibito per due tipi di internati, in due periodi diversi: ebrei internati e internati politici jugoslavi. L’esposizione dei dati e delle formalità burocratiche viene riportata con una documentazione d’archivio che impressiona, per la solerzia e l’acribia che caratterizza l’autore. Anche solo i numeri sono tali da rimanerne sotto choc: 4500 documenti in 215 fascicoli. Numeri che comunque potrebbero restare tali, senza una necessaria e corretta interpretazione storica. Un lavoro emblematico per successive ricerche sui vari e numerosi campi per internati, creati durante il fascismo.

Al contrario, la storia dei campi di concentramento per i prigionieri di guerra (POW) ha una sua specificità, a motivo del numero dei prigionieri che in Abruzzo, con tre grandi campi di prigionia, raggiungeva il numero di oltre diecimila, secondo lo storico inglese Roger Absalom (L’alleanza inattesa: mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia 1943-1945, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, ed. Pendragon, Bologna 2011). Una storia che ha trovato in particolare le testimonianze scritte dagli stessi prigionieri, come avvenuto per il Campo 78 di Fonte d’Amore a Sulmona. Se nei campi di concentramento per ebrei e civili mancava il filo spinato, per i campi di concentramento il filo spinato era l’elemento caratterizzante. Per questo una delle testimonianze di un ex prigioniero, John Fox, ha per titolo “Spaghetti and barbed wire” (“Spaghetti e filo spinato”). Due trattamenti notevolmente diversi tra le due specie di campi se lo stesso Fox, ricordando la vita del campo, scrive: «What a miracle it would be if such camaraderie, esprit de corps, call it what you will, prevailed in everyday life. The world would then indeed be a step nearer the ultimate Utopia of our cherished dreams (Che miracolo sarebbe se un simile cameratismo o spirito di corpo, chiamatelo come volete, prevalesse nella vita quotidiana. Il mondo allora davvero sarebbe un passo più vicino all’ ultima Utopia dei nostri sogni più cari)».

Se la storia è lo studio dell’uomo, nelle sue diverse sfaccettature, non può che aiutarci a conoscerlo. Una scienza in cammino, anche se ancora nell’infanzia, come rilevava Marc Bloch, che affermava: «La storia deve rinunciare alle false arie di arcangelo, aiutandoci a guarire da questo difetto. Essa è una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro fra gli uomini». Proprio il caso Casoli, il paese come tale, è simbolo di questo incontro tra uomini, perché non è stato solo luogo del campo di concentramento per internati, ma anche punto d’arrivo dei prigionieri di guerra che fuggivano dai campi di concentramento per raggiungere il comando alleato, che aveva conquistato il paese nell’autunno del 1943. Migliaia di persone, dal settembre 1943 al giugno 1944, affrontarono il sentiero della Libertà, partendo da Sulmona e giungendo a Casoli. Scrive Fox: «Del gruppo di cento uomini che si erano messi in marcia, alle quattro di pomeriggio del 13 gennaio, arrivarono a Casoli alle 11 del mattino del 15 gennaio, dopo un cammino di 36 ore, 47 uomini e 22 di essi furono ricoverati in ospedale per congelamento o per spossatezza. Non sono mai stato in grado di sapere che cosa accadde agli altri».

E, come lui, Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica Italiana, partito il 24 marzo 1944 e che raggiunge Casoli il 26 marzo: «Dopo una notte insonne seguita ad una fatica eccezionale, alle dodici siamo portati a Casoli, dove al castello esiste un accantonamento per i “refugee from enemy territory” costituito da una specie di largo corridoio coperto ai due lati da uno strato di paglia. Là donne e uomini, giovani e vecchi: quando arriviamo noi hanno da poco portato via un morto. Lì possiamo finalmente dormire, se pure al meglio» (cfr. “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta). I prigionieri di guerra nei campi non subivano “l’ozio coatto”, come il titolo del libro di Lorentini. Tra l’altro, termine usato spesso dagli stessi internati. Nei campi Pow era possibile leggere libri, studiare l’Italiano, frequentare lezioni, divertirsi in diversi giochi, scrivere e ricevere lettere, comunicare notizie (cfr. “The Sulmona Sun”, giornalino di campo), ecc. La coazione dell’ozio era la forma più grave per distruggere la persona, dal momento che l’otium, nell’antichità, era il tempo libero, il tempo di studio per elevare la propria dignità.

Una ricerca storica a largo raggio, di genere macroscopica, potrebbe trovare documenti o testimonianze sul rapporto tra i vari personaggi che in quei tre-quattro anni furono a Casoli. Nel libro sulla vita di Rita Rosani, “Non era una donna, era un bandito”, Livio Isaak Sirovich scrive: «L’8 settembre 1943 si sparge la notizia dell’armistizio. Ma la situazione degli ebrei internati resta inalterabile. Il 2 novembre 1943 Salo, Eige, Kubi e gli altri internati di Castelfrentano “si lasciano prendere docilmente”. La mattina del 3 novembre trasferiti alla fornace Crocetta. Poi al campo dei prigionieri di guerra di Chieti Scalo. Vi rimangono fino al 20 novembre, affermando che “i soldati tedeschi ci trattavano veramente bene”. Trasportati da Chieti a L’Aquila. Da L’Aquila a Bagno a Ripoli vicino Firenze. A San Vittore. Infine ad Auschwitz». Un calvario. Avrebbero potuto evitarlo, ma nessuno sembra sia stato capace di salvarli. Per i prigionieri di guerra si è parlato e si parla di “Resistenza Umanitaria”. Un fenomeno tipico abruzzese, che lascia un segno di ottimismo umanitario nella storia della seconda guerra mondiale.

 

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